Le nuove bancarotte, curato da Antonio D’Avirro e Fabio Di Vizio per i tipi di Lefebvre Giuffrè, si presenta con le dimensioni e l’ambizione di un’opera destinata a divenire un punto di riferimento per la trattatistica in materia di reati fallimentari e concorsuali: 873 pagine – precedute da un’ampia introduzione dei curatori, particolarmente evocativa nella sua ultima parte, in cui richiama, sulla base di dati numerici aggiornati, la generale tendenza alla crescita delle procedure concorsuali, stragiudiziali e degli altri strumenti di regolazione della crisi, nonché le conseguenze di tale crescita – che non si limitano a offrire un panorama aggiornato delle singole fattispecie incriminatrici, ma giungono a realizzare una ricostruzione sistematica dell’intera area dei reati collegati alla crisi d’impresa. Il volume è introdotto da due prefazioni – di Piero De Marzo e Massimo Ferro – che, pur muovendo da angolazioni diverse, offrono una chiave di lettura preziosa per orientarsi nell’impianto complessivo dell’opera e ne sottolineano il valore scientifico.

1. Già nella scelta del titolo – «Le nuove bancarotte», e non «la nuova bancarotta» – si coglie il rifiuto della logica della fattispecie isolata a favore di un approccio che abbraccia l’intera gamma delle situazioni e dei rimedi che si accompagnano alla crisi d’impresa. Più significativo ancora è, però, il sottotitolo, «Professionisti, banche, creditori e altri soggetti della crisi d’impresa», che dà pienamente conto dell’originalità dell’approccio, incentrato non sugli istituti giuridici in sé, né tantomeno su una rassegna di singole fattispecie di reato, ma sulle figure soggettive coinvolte, suddivise fra i terzi, da un lato, e gli organi e altri soggetti delle procedure della crisi e dell’insolvenza, dall’altro: appartengono alla prima categoria i terzi non creditori, i creditori comuni o qualificati (dei quali si occupano i primi due capitoli, di Vincenzo Sgubbi e Michele D’Avirro), le banche (alle quali dedica ampio spazio il terzo capitolo, di Antonio D’Avirro); appartengono alla seconda categoria, che occupa la seconda parte del volume, i curatori e i commissari (oggetto dell’attenzione dei contributi di Fabio Di Vizio e Andrea Grandinetti, quest’ultimo incentrato sui reati del concordato preventivo e delle procedure assimilate), gli attestatori e gli esperti (alle cui figure si dedica a Fabio Di Vizio, nel terzo capitolo della seconda parte), il debitore, i soci e i gestori (le cui posizioni sono analizzate nel quarto capitolo, di Fabio Di Vizio e Andrea Grandinetti).

Come evidenziato nelle prefazioni e nell’introduzione, si tratta di un progetto che nasce da un’occorrenza storica precisa: il fatto che il legislatore non sia mai approdato, negli ultimi anni, a un ripensamento complessivo dell’apparato repressivo in materia fallimentare, al di là di interventi mirati, per lo più tesi a sistematizzare approdi già maturati in sede giurisprudenziale. Da una simile stasi normativa il volume trae l’occasione per verificare, prima di ogni intervento riformatore, come la comunità economica e giuridica abbia effettivamente reagito alle trasformazioni introdotte dal codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza. È in questo spazio di osservazione – tra un diritto della crisi che si è rinnovato sul piano civilistico e un diritto penale che fatica a seguirne il passo – che si colloca l’indagine scientifica degli autori.

2. Un primo asse portante dell’opera, che emerge con chiarezza dalle pagine introduttive, riguarda il superamento di una concezione della tutela penale concorsuale ridotta alla mera protezione degli interessi creditori; concezione che sarebbe incapace di cogliere le specificità oggettive e soggettive delle condotte che vengono in rilievo nelle diverse fasi e nei diversi ruoli della crisi. È precisamente questa consapevolezza a giustificare la struttura organizzativa del volume, costruita attorno alle figure che intervengono – più o meno direttamente e con funzioni profondamente diverse – nella gestione del dissesto, con un’attenzione dichiarata sia alla distinzione tra le varie categorie di creditori, sia al ruolo, oggi sempre più rilevante, dei finanziatori.

Il volume, pur mantenendo un impianto rigorosamente giuridico, esprime l’esigenza di costruire canali di collegamento scientificamente fondati fra la costruzione del dato giuridico e la realtà economica sottostante, individuando uno dei propri obiettivi nel superamento della stratificazione delle fattispecie incriminatrici ereditata dalla legge fallimentare; un impianto che, nato per non lasciare scoperta alcuna area di condotta successiva al fallimento – spesso in una prospettiva retrospettiva poco coerente con il principio di personalità della responsabilità penale – ha finito per generare una criminalizzazione poco capace di distinguere realmente le condotte illecite, gli interessi lesi e la proporzionalità della risposta sanzionatoria. In questa cornice trova posto anche il richiamo alla giurisprudenza costituzionale, particolarmente sensibile all’esigenza di calibrare le pene accessorie sull’effettiva offensività delle condotte.

3. Un secondo asse tematico riguarda – come anticipato – la scelta di dare conto, con approccio analitico, del multiforme contesto che oggi caratterizza la crisi d’impresa, nel quale la tradizionale relazione duale fra debitore e creditori è ormai affiancata da una rete di soggetti di supporto, ausilio, consulenza e interferenza — finanziatori, professionisti, consulenti — divenuti, in molti casi, potenziali protagonisti autonomi di condotte penalmente rilevanti e non più semplici concorrenti eventuali nel reato altrui.

Si ricostruisce l’evoluzione del quadro normativo italiano dalle riforme avviate con il d.l. 35/2005 fino al codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (d.lgs. 14/2019), rilevando come tale percorso abbia prodotto, sul piano formale, una sostanziale stasi del segmento penalistico, che si è per lo più limitato a recepire gli aggiornamenti puramente formali resi necessari dalla novella civilistica, senza riceverne un’indicazione valoriale realmente innovativa. Se però si allarga lo sguardo, emergono due dinamiche più significative: da un lato l’universalizzazione concorsuale dell’insolvenza, che ha spinto il diritto civile a un dialogo sempre più stretto con i riferimenti internazionali ed eurounitari; dall’altro, la centralità del ruolo della giurisprudenza, quale autrice di fatto di un nuovo diritto concorsuale criminale, chiamata a mediare fra istanze di risanamento dell’impresa, second chance per il debitore, tradizionale aspirazione distributiva dei creditori, necessità di applicazione di misure di sicurezza patrimoniali in contesti criminali complessi.

Un merito specifico che va riconosciuto all’opera è proprio la capacità di tenere insieme, nell’impianto redazionale, soggettività economiche estremamente eterogenee — dalla responsabilità nei gruppi di imprese fino al sovraindebitamento delle persone fisiche — intercettando così i nuovi solchi delle cattive pratiche economiche e il progressivo emergere, accanto al debitore, di fonti autonome di responsabilità: in primo luogo per i finanziatori (banche in testa) e i professionisti; categorie rispetto alle quali il lessico giuridico tradizionale sconta una vera e propria carenza ricognitiva, non essendo più adeguato a descrivere figure e situazioni sempre più atipiche.

4. Quanto alla dimensione sovranazionale, si ripercorre l’itinerario che, dal regolamento (CE) n. 1346/2000 sulle insolvenze transfrontaliere, conduce al regolamento (UE) 2015/848, e da qui alla direttiva Restructuring 1023/2019 – che ha ispirato, in coordinamento con la legge delega n. 155/2017, gran parte del codice della crisi – sino alla annunciata direttiva UE Insolvency n. 799/2026, da recepire entro il gennaio 2029. Quest’ultima, pur distinguendo solo in parte fra imprese maggiori e minori, introduce principi unici in materia di azioni revocatorie e impone agli amministratori, entro un termine rigido di tre mesi, un dovere di disclosure dell’insolvenza: un tassello ulteriore di un processo di armonizzazione che è destinato prima o poi a incidere sulla gerarchia dei valori protetti anche nell’ordinamento interno, ponendo in tensione le fragili linee di confine che oggi separano la condotta dell’imprenditore insolvente da quella di altri soggetti potenziali autori di illeciti.

Da questa dinamica discende un ulteriore spostamento di prospettiva, colto con chiarezza dal volume: l’intero diritto penale dell’insolvenza tende oggi a valorizzare i profili di integrità delle procedure, non soltanto perché le regole procedurali assolvono già di per sé una funzione protettiva – la cui violazione segnala una deviazione dal modello – ma perché muta la stessa nozione di beneficio che le procedure (ancora denominate, per tradizione, «alternative») sono chiamate ad assicurare. Ne discende la necessità di uno scrutinio attento su condotte di abuso, uso improprio, sottrazione maliziosa di informazioni, attestazioni non veritiere ed expertise opaca; condotte che investono la qualità della diligenza, della prudenza e della perizia di tutti coloro che partecipano alla gestione della crisi.

5. Un ulteriore merito dell’opera riguarda la capacità di dare conto delle attuali «zone grigie» del diritto penale della crisi, generate dall’incrocio fra fenomeni economici straordinari e strumenti repressivi tradizionalmente estranei alla materia fallimentare. Le crisi economiche degli ultimi anni – legate non solo a fenomeni contingenti, ma ad una stagnazione ormai strutturale in molti settori – hanno prodotto politiche di sostegno pubblico alle imprese che possono vedere, quale creditore di ultima istanza, lo stesso ente pubblico garante dei finanziamenti, con inevitabili ricadute penali che oscillano fra concorso in reati propri, illeciti «spia» del diritto societario e finanziario e reati classici dell’ordinamento concorsuale. Peculiare, fra i tanti temi trattati, è l’intersezione che emerge fra le misure di confisca per la repressione dei reati di criminalità organizzata, dei reati tributari (a cui sono dedicate, in particolare, le pagg. 481 e seguenti), e la destinazione ripartitoria propriamente concorsuale degli attivi, un terreno nel quale la tutela penale della crisi d’impresa si confronta con le zone di confine. Analogo rilievo viene riservato (alle pagg. 473 e seguenti) al crescente incrocio fra reati ambientali e condotte penalmente rilevanti legate all’insolvenza, laddove – nel segno di una tendenza costante all’allargamento della sfera di responsabilità degli operatori economici – le comunità territoriali finiscono per porsi come masse di creditori involontari, contrapposte ai creditori comuni dell’impresa.

6. Nel complesso, l’opera restituisce l’immagine di un lavoro che – come anticipato – non si propone quale mero commentario delle singole fattispecie di bancarotta, ma come tentativo di ricostruzione sistematica di un intero settore dell’ordinamento, condotto muovendo dalle persone e dagli enti, e non dalle norme, che animano la crisi d’impresa. Il pregio del lavoro curato da Di Vizio e D’Avirro è, in definitiva, duplice: da un lato l’aver saputo tenere insieme, in un disegno coerente, categorie soggettive fra loro assai eterogenee (dal bancarottiere tradizionale ai gruppi di imprese, dai finanziatori ai professionisti, fino alla persona fisica sovraindebitata); dall’altro l’aver collocato questa ricostruzione entro l’orizzonte, ormai ineludibile, del diritto dell’insolvenza di matrice eurounitaria, che, con alcune direttive già recepite e altre di prossima trasposizione, è destinato a incidere sempre più profondamente sugli equilibri interni fra tutela dei creditori, risanamento dell’impresa e proporzionalità della risposta sanzionatoria. Ne risulta un’opera che, per l’ampiezza e per l’approccio dichiaratamente plurale che la anima, rappresenta un utile strumento di consultazione tanto per l’interprete pratico – a cui offre un inquadramento sistematico approfondito, ma anche chiaro e schematico, delle singole fattispecie – quanto per lo studioso interessato a cogliere le linee di tendenza di un diritto penale della crisi ancora in cerca, come gli autori non mancano di sottolineare nei diversi capitoli, di un più organico ripensamento legislativo.

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