1. Roma, 23 giugno 1980. Il sostituto procuratore Mario Amato sta aspettando a piazzale Jonio l’autobus che dovrebbe portarlo al lavoro, in Tribunale. La sua auto è in riparazione, e l’auto dell’ufficio non è disponibile. All’improvviso un ragazzo si avvicina a lui, gli punta una pistola alla testa e apre il fuoco. Amato muore così, in mezzo alla strada, da solo. A sparare è stato Gilberto Cavallini, mentre il suo complice, il giovanissimo Luigi Ciavardini, lo attende a bordo di una moto. I due fanno parte dei Nuclei armati rivoluzionari, la formazione terroristica di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.

Mario Amato all’epoca stava indagando proprio sui reati commessi da vari appartenenti ai Nuclei armati rivoluzionari, e aveva intuito quella che lui stesso definì «una verità d’assieme», coinvolgente responsabilità più gravi di quelle stesse degli esecutori materiali degli atti criminosi.

Il 25 marzo 1980, qualche mese prima, era stato ascoltato dalla Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura. In quella sede, aveva denunciato l’insostenibile isolamento istituzionale e la cecità della Procura di Roma di fronte all’eversione neofascista.

Un mese prima, nel febbraio dello stesso anno, era stato assassinato dalle Brigate Rosse il vice-presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Vittorio Bachelet. Il 18 marzo sempre le Brigate rosse avevano ucciso a Roma Girolamo Minervini, il capo dell’amministrazione penitenziaria, mentre in autobus si recava al Ministero della Giustizia. Il giorno dopo, il 19 marzo, la stessa sorte era toccata al giudice Guido Galli; i terroristi di Prima Linea lo colpirono all’Università di Milano.

In quel 1980, intriso di sangue, i terroristi rossi e neri commisero numerosi omicidi; puntando spesso le armi contro i magistrati.

È questo il clima in cui Amato, convocato e ascoltato dalla prima commissione, presieduta da Ettore Gallo, mise a verbale lo scontro frontale tra la sua necessità di uno sguardo d’insieme e l’inerzia della struttura, e  spiegò le ragioni che lo avevano spinto insieme ad altri 33 colleghi a firmare la lettera di protesta contro la gestione dell’ufficio: «Noi sostituti possiamo essere disposti a rischiare la pelle, ma non tolleriamo di essere diffamati e calunniati. … [La Procura] fa acqua da tutte le parti, [è in] una situazione di sfascio… A fronte di questa situazione… sono stato lasciato completamente da solo…. nonostante le mie reiterate e motivate richieste di aiuto». Quell’isolamento – denuncia infine Amato – lo esponeva a un doppio rischio: di essere accusato di voler personalizzare le indagini, e di averlo trasformato in un bersaglio.

Il 13 giugno 1980, dieci giorni prima del suo assassinio, Amato, convocato in audizione plenaria al Consiglio Superiore della Magistratura aveva quindi dichiarato:

«vi sono un sacco di ragazzi o di ragazzini che sono come i miei e i vostri figli di persone assolutamente perbene, che vengono armati o comunque istigati ad armarsi e che poi troviamo che ammazzano. Li troviamo con armi, con silenziatori, o colti nel momento in cui stanno ammazzando. Si tratta di un fenomeno grave che non può essere trascurato e che non si risolve prendendo i ragazzini e mettendoli in galera. O meglio, mettendoli pure in galera, ma teniamo presente il gravissimo danno sociale di questi giovani che vengono travolti da vicende di questo tipo. Si tratta di un danno che poi pagheremo. Ciò che dico ovviamente vale sia per la sinistra che per la destra. Per la sinistra in modo spropositato, per la destra in numero ridotto perché le proporzioni politiche sono diverse. Ho fatto una relazione in cui indicavo la gravità del fenomeno, l’opportunità di seguirlo e di estendere le indagini, perché non ci interessa solamente arrestare la persona che ha commesso un reato: se tale persona fa parte di un’organizzazione, mi interessa catturarla ma poi risalire anche agli altri»[1].

Il Consiglio ascoltò, verbalizzò e prese atto della situazione esplosiva. Tuttavia, i tempi si rivelarono fatali; prima che l’organo di governo autonomo della magistratura potesse deliberare tutele, o avviare riforme organizzative per proteggere il magistrato, i NAR colpirono.

Oggi, i verbali delle audizioni di Mario Amato sono conservati negli archivi storici del CSM e sono un monito su cosa accade quando le Istituzioni non riescono a comprendere e proteggere i propri magistrati, tutori dell’ordine, o altri funzionari, più impegnati, seri e lungimiranti.

2. Il dilemma dell’investigatore.

L’investigatore sociale analizza la società con sguardo scientifico, critico o investigativo, e spesso riesce a vedere le tendenze emergenti molto prima degli altri, scontrandosi di sovente con l’incredulità generale. La verità, quando emerge – spesso dopo molti decenni e talvolta in modo parziale – è poi sempre frutto di un’attenta raccolta di documenti e di un’analisi critica di sviluppi investigativi, depurata da pregiudizi, “incrostazioni” temporali, depistaggi.

Il pubblico ministero, a differenza dell’investigatore sociale, non è uno storico e nella sua attività incontra limiti ben precisi: il tempo e il diritto. Per il singolo processo, ha l’assoluta necessità di isolare il reato specifico, senza farsi sviare da suggestioni sociologiche, e quindi di garantire i diritti di imputati e parti offese, nonché di cercare le prove che devono reggere in giudizio oltre ogni ragionevole dubbio su uno o più episodi criminali.

Il dilemma tra la concentrazione sul singolo processo e la ricerca di uno “sguardo d’insieme” definisce da sempre il ruolo e il destino dei pubblici ministeri, oscillando la loro attività tra il rigore tecnico del giurista e la lungimiranza dell’investigatore sociale. L’eccessiva frammentazione impedisce, infatti, di vedere se più reati isolati fanno parte o meno di un unico e più ampio disegno. Solo lo “sguardo d’insieme”, come diceva Mario Amato, e come avevano ben intuito Chinnici, Falcone e Borsellino, consente invece la comprensione dei fenomeni “in fieri” o addirittura del tutto sommersi. E permette altresì di conoscere ragioni e cause, spesso nascoste, tra crimini apparentemente slegati tra di loro, e collegare quindi azioni ed eventi, in ambito di criminalità organizzata, reati finanziari, o altre tipologie di reati che possono coinvolgere anche apparati pubblici o grandi ambiti territoriali.

L’altro lato della medaglia dello “sguardo d’insieme” è certamente il rischio di inseguire teoremi astratti. Se la frammentazione del singolo processo rende infatti “ciechi”, il fatto di inseguire il grande disegno può generare abbagli pericolosi. E questo è un rischio che ogni serio magistrato conosce, e sa di dover evitare.

Quando un pubblico ministero adotta lo sguardo d’insieme, il suo osservatorio privilegiato gli consente comunque di “vedere” prima degli altri i fenomeni criminali; e di notare in anticipo le inadeguatezze legislative e le falle sociali ben prima della politica e dell’opinione pubblica. Il suo destino ricalca allora quella dell’investigatore sociale non creduto.

È in questo momento, che si apre la crisi e nasce la frattura con le Istituzioni; non di rado con gli stessi colleghi, l’Avvocatura e la stampa. Viene spesso accusato di “esondazione” dai propri compiti o di fare politica.

3. La figura di Mario Amato è l’incarnazione tragica e perfetta del dilemma dell’investigatore.

Fino al suo arrivo, la Procura di Roma affrontava l’eversione di destra sminuendola a “spontaneismo armato giovanile” o a singoli atti di teppismo slegati tra loro. Amato, che aveva ereditato i fascicoli di Vittorio Occorsio, invertì la rotta, e capì, prima degli altri, che le rapine, gli omicidi e gli attentati non erano fatti isolati, ma rispondevano a una strategia coordinata. Intuì la saldatura tra i giovani terroristi dei NAR, la vecchia guardia di Ordine Nuovo, la criminalità organizzata (la banda della Magliana) e settori deviati dello Stato (la loggia P2).

Mario Amato dimostrò che, di fronte a fenomeni criminali complessi, il singolo processo è un’arma spuntata. Solo lo sguardo d’insieme permette di comprendere la realtà, anche se quel destino, nell’Italia degli anni di piombo, significava rimanere drammaticamente soli.

E al pari di un investigatore sociale, Amato – così come altri Magistrati – pagò il prezzo più alto per aver visto prima di molti ciò che lo Stato non voleva o non poteva vedere.

4. Non ho conosciuto Mario Amato, ma ricordo ancora bene dove si trovava la sua stanza nell’edificio (all’epoca palazzina A) della Procura della Repubblica di Roma. La sua morte, quella tragica mattina del 23 giugno, fu uno dei tanti brutali assassinii dell’anno 1980, e una ferita profonda e lacerante per la Magistratura romana. Per noi uditori giudiziari in servizio da poco più di un mese una tragedia di cui non avevamo all’epoca né la maturità, né gli strumenti per capire il complesso quadro socio politico nel quale era maturata.

Per anni, la figura di Mario Amato è stata poco riconosciuta e commemorata. Lo ricordano una via a lui intitolata e limitrofa alla cittadella giudiziaria di piazzale Clodio, e una lapide di marmo con il suo nome al primo piano della palazzina C dove oramai da anni si trovano gli Uffici della Procura.

Pochi giorni fa è stata inaugurata l’Aula Magna “Vittorio Occorsio e Mario Amato” all’interno della nuova sede del Polo Civile della Corte d’Appello di Roma. E ieri si è svolta la cerimonia inaugurale del nuovo ingresso della cittadella giudiziaria dove, al termine dei lavori di ristrutturazione, sono state collocate le immagini dei magistrati Mario Amato e Vittorio Occorsio, accompagnate da targhe che ripercorrono la loro storia. In esposizione, anche gli atti dei processi alle Brigate Rosse, e Ordine Nuovo, le carte sul delitto Moro, del processo a Licio Gelli e sulla P2, i fascicoli delle inchieste seguite dai magistrati Vittorio Occorsio, Mario Amato e Girolamo Minervini, i documenti sul vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet.

Se il ricordo di Mario Amato ha assunto oggi un valore che va oltre il lutto e la tragedia familiare, si deve molto ai processi che si sono in seguito celebrati, anche di recente, e che hanno dimostrato che Amato non era un visionario, e che aveva visto bene e molto prima degli altri.

Il merito del ricordo lo si deve molto anche all’affetto della sua famiglia, e in particolare all’attività costante del figlio Sergio, al quale è stato impedito di crescere con un padre ma che il ricordo di quel padre mantiene vivo, anche e soprattutto per rammentare a tutti la verità delle sue intuizioni.

La memoria è molto più di un archivio statico. È un processo dinamico che suscita emozioni, conoscenza, capacità di ascolto e riflessione; costruisce la nostra identità e influenza le nostre decisioni future. I ricordi non sono semplici riproduzioni del passato, ma esperienze rielaborate che danno forma alla nostra percezione del mondo. E in tal senso assumono valore.

«La memoria non serve per commemorare», ma come ci ricorda Sergio Amato, «è fatta per conoscere la verità».

5. Oggi 23 giugno 2026 alle ore 10,30 nel quarantaseiesimo anniversario della scomparsa di Mario Amato, il magistrato viene ricordato con una cerimonia presso la stele in suo onore in viale Jonio nel luogo dell’attentato, alla presenza dei familiari e delle Autorità. La stele si intitola “Grido al cielo”, ed è un’opera realizzata dallo scultore Antonio Di Campli.

Inaugurata nel 2010, il nome “Grido al cielo” riflette un urlo muto ma potente contro l’ingiustizia e la violenza terroristica, pensato dall’Autore per scuotere le coscienze dei passanti nel mezzo del traffico cittadino di Roma. L’opera rappresenta il passaggio drammatico dalla vita terrena a quella spirituale, simboleggiando al contempo il dolore profondo della comunità e il sacrificio estremo per la giustizia. La struttura della stele evoca un’ascesa ideale, catturando l’ultimo istante terreno del magistrato e trasformando l’atto della morte in un’elevazione dello spirito verso l’alto. Interamente scolpita nella pietra abruzzese della Maiella, tale scelta non è stata casuale; è la stessa roccia utilizzata nel comune di Ari, noto come il “Paese della Memoria”, per onorare tutte le persone che si sono sacrificate nell’adempimento del proprio dovere istituzionale[2]. Anche questa Rivista ricorda con affetto e riconoscenza Mario Amato, e partecipa alla commemorazione


[1] V. CSM, Nel loro segno, Mario Amato, 2011, p.47-49

[2] Il paese deve questo appellativo al suggestivo Percorso della Memoria: un museo a cielo aperto composto da oltre 40 statue scolpite nella pietra bianca della Maiella. Realizzate per iniziativa dell’Associazione “Emilio Alessandrini”, queste opere raffigurano eroi contemporanei, magistrati, giornalisti, tutori dell’ordine e cittadini caduti nell’adempimento del loro dovere (tra cui Falcone, Borsellino e Calabresi).

LOCANDINA DELL’EVENTO

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