Se, al momento del mio ingresso in magistratura (risalente al 2012, mica un secolo fa!), mi avessero detto che, in un solo mese, sarei stato non solo ospite in una diretta radiofonica, ma anche impegnato, insieme a tanti altri colleghi, in svariati incontri tra piazze, parchi pubblici, associazioni e comitati, onestamente non ci avrei mai creduto. Non per timidezza (qualità che, invero, non ho mai avuto), ma per quel modello di magistrato che mi era stato trasmesso per tradizione culturale e, per certi versi, familiare. Mi era stato insegnato che il magistrato deve parlare quasi solo attraverso i suoi provvedimenti o le sue requisitorie, spesso rimanendo in una sorta di rassicurante anonimato, plasticamente descritto con l’immagine di colui che «si mimetizza nei grigi muri del palazzo di giustizia». Sì, è vero, l’associazionismo giudiziario, quantomeno a partire dagli anni Settanta, già aveva inserito delle crepe in questo schema di isolamento sociale della categoria, aprendo alla magistratura le porte del dibattito pubblico, quantomeno quello attinente ai temi della giustizia. Da adolescente avevo visto magistrati girare per le scuole per impartire lezioni sulla legalità. Un gesto oggettivamente di rottura rispetto al tradizionale arrocco nella «torre d’avorio» degli uffici giudiziari. Era capitato che, nell’affacciarsi sulla scena pubblica, la magistratura si fosse espressa in termini critici verso riforme o progetti di riforma. Non erano mancate frizioni con la politica, altalenanti a seconda del momento storico. Insomma, la magistratura era già riemersa dall’intonaco ottocentesco delle grigie mura dei palazzi di giustizia e si era già palesata pubblicamente alla cittadinanza, ma, sinceramente, nessuno avrebbe mai immaginato la sfida che la campagna referendaria 2025-2026 ci avrebbe lanciato. La legittimazione della magistratura è (e deve rimanere) esclusivamente tecnico-giuridica e deriva, in generale, dalla Costituzione e, in particolare, dal difficile concorso superato. Padri e madri costituenti hanno disegnato magistrati privi di investitura popolare e del tutto disinteressati rispetto al consenso, nel condivisibile assunto che l’applicazione della legge debba rispondere a criteri tecnici e debba prescindere dalla popolarità o meno del provvedimento adottato. Si decide applicando la legge e, quindi, in nome del Popolo italiano, ma non secondo il suo gradimento. Ma in questo schema, molto chiaro sul piano teorico, è intervenuta, con la sua stravolgente portata, la riforma costituzionale Nordio, con il suo inevitabile corollario elettorale: il referendum confermativo. In questo quadro la magistratura si è resa conto, improvvisamente, che la sua indipendenza (non quale privilegio di casta, ma quale garanzia dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge) era in serio pericolo ed era affidata, essenzialmente, al voto referendario e, dunque, a quel giudizio popolare del quale era abituata a disinteressarsi. Si è dunque posto, sin da subito, il dubbio se tacere, rimettendo il dibattito solo alla politica, o se intervenire pubblicamente per spiegare alla cittadinanza il significato intimo della riforma costituzionale, quello nascosto nelle pieghe delle disposizioni e nei riflessi ordinamentali, con l’inevitabile rischio di strumentalizzazioni e attacchi alla categoria. Si è scelto di non voltarsi dall’altra parte e di intervenire per spiegare, mantenendo, però, le doverose distanze da quella parte della politica che pur si schierava contro la riforma, nella necessità di non confondersi con i partiti di opposizione. Del resto, in ballo non c’era solo una esigenza politica di questa o quella coalizione, ma c’era la stessa Costituzione, che sarebbe risultata del tutto stravolta da una eventuale vittoria del Sì. E, come si sa, la Costituzione è di tutti, non solo di una parte, per cui la magistratura è potuta scendere in campo senza perdere la sua imparzialità, proprio perché interveniva per difendere la Carta costituzionale e i suoi valori, non una fazione politica. Ma per spiegare alla gente bisogna uscire dai palazzi, scendere nelle piazze, raggiungere i cittadini nei parchi e nelle formazioni sociali, usare un linguaggio diverso da quello proprio delle aule di giustizia. In buona sostanza, cimentarsi in quello che non siamo abituati a fare, ossia rendere comprensibili anche ai non tecnici le nostre posizioni. E, sorprendentemente, ha funzionato. Perfino uno come me – abituato a vestire la toga, a studiare e, al massimo, a parlare in contesti universitari – è riuscito a farsi capire dalla gente comune. Il risultato referendario è figlio non solo della fiera difesa del Popolo italiano della sua amata Costituzione repubblicana, democratica e antifascista, ma anche, in qualche misura, di questa scelta coraggiosa della magistratura di scendere in mezzo alla gente non con le sembianze del partito politico, ma nelle vesti dell’associazione di categoria che vuole parlare alle persone per spiegare e per consentire scelte di voto più consapevoli. Il referendum si è però concluso, peraltro con il risultato sperato, forse in una misura addirittura superiore alle più rosee delle aspettative. La domanda da farsi è però «che fare ora?» o, in altri termini, «cosa resterà di questa straordinaria campagna referendaria?». Dobbiamo tornare a confonderci con i grigi muri dei palazzi di giustizia (residenze, a dirla tutta, non molto principesche, come ci conferma la recente emergenza dei topi nel Tribunale di Roma); oppure dobbiamo fare tesoro dell’esperienza referendaria per continuare ad usare quel metodo comunicativo che ci ha resi più comprensibili alle persone? La sfida che ci attende ora è proprio questa. Il risultato referendario certamente non attribuisce ai magistrati alcuna investitura popolare. La felicità, umana e comprensibile, non deve trasformarsi in eccessiva euforia, né farci perdere di vista quel modello di magistrato, scritto in Costituzione, che deve essere (e rimanere) disinteressato al consenso popolare. Ci troveremmo altrimenti il paradosso di uno stravolgimento nei fatti di quella Costituzione che tanto abbiamo difeso, con passione e tenacia, nella campagna referendaria. Pur partendo da questo imprescindibile punto fermo, non dobbiamo dimenticare, però, che il 2 giugno del 1946 l’Italia ha scelto di essere una repubblica: siamo dunque cittadini e non sudditi. E lo Stato è veramente «cosa di tutti» se ognuno partecipa in modo consapevole alle scelte che orientano il futuro del Paese. Possiamo, dunque, ritenere che sia dovere di ogni categoria professionale (e quindi anche della magistratura) non la ricerca del consenso, ma la comunicazione comprensibile del proprio punto di vista tecnico. Non, dunque, la ricerca della popolarità, ma il dialogo, come stella polare. Dialogo, in primo luogo, con l’avvocatura e con la politica, per suggerire auspicabili riforme che migliorino il servizio giustizia. Dialogo con la cittadinanza, per rendere comprensibile il nostro agire, le nostre difficoltà e il nostro angolo visuale.
Proprio partendo da queste considerazioni, di recente, ho scelto di partecipare al Festival della Liberazione, organizzato a Tivoli per il 25-26 aprile dall’A.N.P.I. e da altre associazioni culturali. Mi è stato chiesto di intervenire, come magistrato, per spiegare a dei bambini (e alle loro famiglie) il valore costituzionale della resistenza ed il significato giuridico del referendum del 2 giugno 1946.
Sarò, dunque, di nuovo in piazza (per la precisione in un parco pubblico), questa volta non per difendere la Costituzione, ma per spiegarne la sua origine storica. Sarà l’occasione per chiarire che la resistenza non è stata una battaglia solo dei più noti partiti popolari e di massa, ma, sostanzialmente, di tutti coloro che non si ritenevano fascisti, inclusi gli appartenenti all’esercito regolare, che, pur tra mille difficoltà, si riorganizzò dopo l’8 settembre del 1943 (come ci ha ricordato più volte il Presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi); incluse, ovviamente in misura diversa, alcune brigate monarchiche (che, con l’allora Principe Umberto e la sua consorte, avevano scelto la via dell’antifascismo) e perfino quelle facenti capo alla controversa figura del Maresciallo Pietro Badoglio. Ma soprattutto, la resistenza è stata una grande mobilitazione popolare anche non organizzata, uno scatto di orgoglio del Popolo italiano, una inattesa rinascita della coscienza civica. La stessa che, mutatis mutandis, ha consentito la vittoria del NO al referendum del 22 e 23 marzo 2026.
La Costituzione, che abbiamo di recente difeso, nasce proprio dalla resistenza e dalla successiva scelta fatta quel 2 giugno del 1946, ponendo sé stessa e l’antifascismo non come fattori divisivi o di parte, ma come valori condivisi che dovrebbero unire le diverse anime del Paese. In questo scenario, la magistratura non deve avere timore perché non perde sé stessa, ma adempie alla sua missione, se propone riforme a ciò ispirate o se continua a parlare di Costituzione e di resistenza, specie rivolgendosi alle generazioni che un domani potrebbero essere chiamate, ancora una volta, a difendere quei valori.
