Sono già trascorsi trentatré anni da quando Paolo Borsellino è stato assassinato nel cuore di Palermo, in quel caldo pomeriggio d’estate del 1992.
Ma il 25 giugno di quell’anno, dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone e a pochi giorni dal suo feroce assassinio, lucidamente Paolo raccontò ai giovani – intenti ad ascoltare il suo ultimo discorso pubblico – che “il Paese, lo Stato, cominciarono a far morire Falcone”, il pool antimafia e i suoi componenti, molto tempo prima.
Un processo lento, iniziato con la delegittimazione: Paolo raccontò ai suoi ascoltatori dell’articolo di Leonardo Sciascia, pubblicato il 26/01/1987 sul Corriere della sera che “lo bollava come un professionista dell’antimafia”, per la sua nomina a Procuratore di Marsala.
Un processo amaro e doloroso, proseguito nel 1988, con il progressivo isolamento, con lo smantellamento di fatto del gruppo di lavoro e con i gravissimi attacchi sul piano personale e professionale, specie dopo che Paolo, il 16 luglio di quell’anno, durante la presentazione del libro “la Mafia di Agrigento” di Giuseppe Arnone, ebbe il coraggio di smascherare pubblicamente coloro che remavano contro le inchieste antimafia, per informare l’opinione pubblica e per scuotere le coscienze, poiché, se quelle erano le reali intenzioni, allora il pool antimafia “non doveva morire in silenzio”, ma “doveva morire davanti a tutti”.
Un processo inesorabile, accompagnato dall’ “insofferenza alle indagini” di cui Paolo aveva parlato qualche giorno prima – il 20 giugno 1992: “ insofferenza” – per usare le sue parole – che finì per legittimare un garantismo di ritorno, che ha finito per legittimare a sua volta provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia: il nuovo codice di procedura penale”.
Il riferimento è un affondo diretto e coraggioso: viene criticato apertamente il codice Vassalli del 1988, per intenderci, lo stesso codice su cui oggi, a distanza di trentatré anni, poggiano le principali argomentazioni dei sostenitori della riforma della magistratura, attraverso la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri.
Eppure, Paolo su quel codice aveva sollevato più di una perplessità, anche nella sua veste di presidente della sezione di Palermo dell’Associazione Nazionale Magistrati, nel cuore del Convegno dal titolo “Stato e criminalità organizzata: chi si arrende?”, tenutosi il 22 giugno 1990.
Già, perché Paolo era un magistrato a tutto tondo: lui lo ha sempre saputo che il contributo dell’Associazione Nazionale Magistrati è un bene prezioso, da difendere, da promuovere, di cui andare fieri, perché quel contributo è volto a perseguire i più alti interessi generali, per assicurare il funzionamento della giustizia.
Nel corso di quell’intervento, che oggi mi piace ricordare, perché di straordinaria attualità, Paolo non esitò a sostenere a gran voce che l’entrata in vigore di quel nuovo codice “non aveva ottenuto niente”, perché “in Italia viviamo un periodo che rasenta non l’assenza della giustizia, ma della giurisdizione”, aggiungendo che non basta il momento normativo se poi non ci sono le strutture e le risorse adeguate a far funzionare le norme stesse e proponendo una serie di misure “per ridare fiato alla giustizia”, perché “con i pattini […] non si può correre né la mille miglia né questa gravissima gara e importantissima scommessa, una gara di Formula Uno, che è il funzionamento della giustizia…”.
Trentatré anni sono passati e siamo ancora lì, fermi allo stesso punto, ma questa volta, con la grande lezione che Paolo ci ha consegnato.
Per questo, oggi, nel giorno del ricordo che rivolgiamo a Paolo, a Emanuela, a Walter, a Claudio ed a Vincenzo, rompendo ogni ipocrisia e ripudiando le commemorazioni di facciata, ai giovani colleghi dico: nel segno di Paolo, cogliete la sua lezione di coraggio e di impegno. Non soltanto nel vostro lavoro quotidiano, ma anche nell’esprimere con fermezza le vostre idee per migliorare la giustizia; fate e facciamo in modo che continui a soffiare quel fresco profumo di libertà.
E alla politica, chiamata al più alto compito di amministrare il nostro amato Paese, chiedo di non lasciarci “una giustizia con i pattini”, di aprirsi al dialogo senza pregiudizio e di occuparsi delle riforme utili, approntando le risorse e gli strumenti necessari per consentire la definizione dei processi in tempi rapidi, nell’interesse supremo dei cittadini italiani.
