Riflessioni a margine del libro “L’Italia di Rocco Chinnici. Storie di un giudice rivoluzionario” di Alessandro Averna Chinnici e Riccardo Tessarini
1. L’Italia di Rocco Chinnici
Il 29 luglio del 1983, alle ore 8,35 del mattino, una Fiat 126 imbottita con 75 chili di tritolo esplose davanti l’abitazione del consigliere istruttore, Rocco Chinnici, in Palermo via Federico Pipitone. Nell’attentato persero la vita, assieme al magistrato, i carabinieri della scorta, Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, e il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi. Sopravvisse alla strage l’autista giudiziario, Giovanni Paparcuri, sebbene gravemente ferito nell’attentato.
Il 28 luglio del 2026, a Lucca Sicula è stato presentato il libro “L’Italia di Rocco Chinnici. Storie di un giudice rivoluzionario”, a cura del nipote Alessandro Averna Chinnici, Maggiore dei Carabinieri, e di Riccardo Tessarini, scrittore e attivista sociale.
Il volume, omaggio a Rocco Chinnici a un secolo dalla nascita (1925-2025), è un’antologia di brani, interviste e dialoghi. La vita privata e pubblica di Rocco Chinnici viene narrata innanzitutto dalla famiglia, dai figli Giovanni e Caterina, dai nipoti Alessandro e Simone; quindi dai collaboratori del giudice; dai rappresentanti delle Istituzioni; dai professionisti dell’informazione; dalla cittadinanza e dagli esponenti della scuola dell’Università e della società.
Un libro quindi a più voci, interessante sia per l’importanza della storia narrata, che per le modalità della narrazione. Utilizza, infatti, i ricordi di chi lo ha conosciuto per rappresentare la figura umana del giudice non solo come magistrato, ma come padre, amico, collega e anche per il suo impegno sociale.
Come, nel teatro greco antico, il coro funge da personaggio collettivo, mediatore emotivo e voce morale, così le varie voci narranti o dialoganti raccontano i fatti passati, commentano gli eventi, aiutando il lettore a capire il significato profondo della figura di Chinnici, descritto “come rivoluzionario e gentile”, lontano dagli stereotipi dell’eroe distaccato. E non solo. I variegati racconti offrono uno spaccato dell’Italia di quegli anni, e una chiave di lettura delle difficoltà del cammino verso la giustizia negli anni ‘70 e ‘80.
Non mancano le testimonianze più intime, e drammatiche. Tra le più toccanti, quella di Giovanni Paparcuri, autista e unico superstite della strage, quando racconta il momento dell’esplosione dell’autobomba sotto la casa del magistrato: il boato, le ferite e il senso di colpa del sopravvissuto che per vent’anni gli ha impedito di partecipare alle commemorazioni, senza nascondersi. “Ti chiedi: perché io, senza figli, neanche sposato, mi sono salvato, mentre i miei colleghi, che ne avevano nove in tutto, sono morti?”. Quella di Filomena Bartolotta, figlia di Salvatore Bartolotta, appuntato dei Carabinieri e agente di scorta ucciso nell’attentato, che in una lettera al padre, parla del suo animo in subbuglio per il diritto negato di vederlo invecchiare circondato dai nipotini, ma anche di un pensiero difficile da comprendere e anche da accettare: “in tanti anni, proprio conoscendo l’affetto e il legame che provavi nei confronti del Giudice, mi sono sempre detta: “Beato giorno”, perché avresti sofferto in modo indicibile se quel 29 luglio non ti fossi trovato in servizio accanto all’amico Rocco”. E quella della figlia
Caterina allorché ricorda il papà per la sua tenerezza, quando era bambina (quando cadeva dalla bicicletta, la medicava e la rimetteva in sella, senza mai sgridarla, dicendole: “Ora ricomincia a correre e cerca di farlo meglio”), e per il suo coraggio, quando arrivarono le minacce e si presentarono occasioni di lasciare Palermo, ma non lo fece per portare avanti il suo impegno fino alla fine. Senza mai aver paura, almeno non per sé. “L’unica paura che provava era quella per noi, per la mamma, me, mia sorella e mio fratello, e per la sua scorta: temeva che per colpire lui colpissero noi o “i suoi ragazzi”, legati a lui da un affetto sincero e sinceramente ricambiato. E quotidianamente pregava perché nessuno di loro rimanesse ucciso per proteggerlo”. A testa alta, schiena dritta e valigetta in mano, si recava ogni mattina – anche la mattina del 29 luglio 1983, dopo aver preparato il caffè per tutti a casa – a svolgere il proprio lavoro, nonostante le difficoltà, le diffidenze e pericoli, nonostante la solitudine.
Le numerose voci del coro offrono poi sguardi differenti sulla figura di Rocco Chinnici, unendo il ricordo umano del vissuto personale a una più ampia riflessione culturale dalla quale emerge il ritratto di un uomo che non si limitò a fare il magistrato con scrupolo e correttezza, ma che fu un autentico innovatore, un visionario. E ciò in un periodo in cui la parola “mafia” veniva negata o pronunciata al massimo con molta difficoltà nella società civile, e in politica. I pochi che avevano il coraggio di parlare di mafia, e di affrontarla, venivano isolati, delegittimati o eliminati.
L’opera di Rocco Chinnici ha rivoluzionato radicalmente la lotta a Cosa Nostra, trasformandola da una serie di indagini isolate a una strategia sistematica dello Stato, gettando le fondamenta metodologiche e legislative da cui poi i processi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La sua intuizione più rivoluzionaria fu quella di creare un pool di magistrati per condividere le informazioni ed evitare la frammentazione delle indagini nonché l’isolamento dei singoli giudici. Fu poi tra i primi a comprendere la necessità di tracciare i flussi finanziari e i patrimoni illeciti per poter individuare e acquisire prove dei reati oggetto di indagine.
Chinnici fu anche un grande promotore della consapevolezza civile, in quanto convinto che la complicità e l’indifferenza alimentavano il potere mafioso. “Senza una coscienza nuova – diceva – noi magistrati da soli, non ce la faremo mai”. E fu tra i primi magistrati a uscire dai palazzi di giustizia per parlare direttamente ai giovani, perché “parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono, e come si arricchiscono i mafiosi fa parte dei doveri di un giudice”.
In definitiva, come afferma il figlio Giovanni, con Rocco Chinnici è nata, molti anni fa, una figura diversa di magistrato, “con la sua funzione sociale e la capacità di incidere nel contesto in cui opera”.
Chinnici parlava soprattutto ai giovani, perché li considerava migliori degli adulti.
Questo volume che senza retorica, con una prosa semplice e asciutta, narra di un uomo che ha dato la vita per l’affermazione dei valori costituzionali e per fare, della sua terra, una terra migliore, è destinato ai giovani. Merita pertanto di essere letto e commentato nelle scuole, non solo per ricordare un magistrato di valore, ma anche per conoscere una parte della storia del nostro Paese, e della stessa cultura “mafiosa” che continua a prosperare spesso sotto forme apparentemente lecite.
2. L’eredità del visionario Chinnici
Il libro di Alessandro Averna Chinnici e Riccardo Tessarini oltre a raccontare il passato, ci costringe a interrogarci sul presente, e a dare uno sguardo sul futuro.
Oggi è il 6 agosto, data che unisce il ricordo di altri tre servitori dello Stato uccisi dalla mafia; il 6 agosto 1980 venne assassinato Gaetano Costa, procuratore della Repubblica di Palermo, e il 6 agosto 1985 subirono la stessa sorte Ninni Cassarà, vice questore aggiunto della Questura di Palermo, e Roberto Antiochia, agente della Polizia di Stato.
Pochi giorni fa, è venuto a mancare don Antonio Mazzi, una delle figure che più hanno insistito sul valore educativo della coerenza tra parole e vita.
Leggendo in questa occasione una sua frase famosa:
“Cerco i miei maestri tra quelli che pagano ogni giorno il prezzo delle loro idee”
il pensiero è andato a Rocco Chinnici, e a tutti gli altri magistrati visionari come lui, ai carabinieri e appartenenti alle forze dell’ordine vittime della mafia e del terrorismo.
Anche Rocco Chinnici, quando dice alla figlia Caterina quali sono i tre mestieri più belli del mondo (“e non a caso iniziano tutti con la M: medico, magistrato, maestro”[1]), parla del maestro, che guida, educa e accompagna un’altra persona in un percorso di crescita. E lui è stato Maestro proprio nel senso indicato da don Mazzi. Tutti possono dichiararsi favorevoli alla solidarietà, alla legalità o alla giustizia. Molto più difficile è trasformare queste parole in comportamenti concreti.
Viviamo in una società in profonda crisi ideologica perché i grandi sistemi di pensiero del passato, e le grandi narrazioni politiche e sociali del Novecento, hanno perso credibilità. Al loro posto è emerso un vuoto di valori condivisi, dominato da incertezza, individualismo e paura del futuro, nonché dal dominio incontrastato della logica economica di mercato. Si cercano risposte immediate nella tecnologia, nei social media o nel consumo anziché nell’impegno collettivo. E si parla spesso di crisi di fiducia verso le Istituzioni, la politica, la scuola. Una delle ragioni di tale crisi la distanza percepita tra ciò che viene detto e ciò che viene fatto.
Ed ecco che torna la necessità di Maestri come Chinnici.
I tempi allora non erano certo idilliaci, ma i valori della nostra Costituzione e l’idea di costruire un futuro migliore davano autorevolezza e fiducia, quando le parole coincidevano con i comportamenti. L’eredità di Chinnici è qualcosa di più delle narrazioni talvolta stereotipate delle commemorazioni ufficiali. E’ una strada da percorrere alla riconquista della credibilità, soprattutto nelle nostre piccole decisioni quotidiane. Anche se ciò vuol dire affrontare solitudine, e incomprensioni.
Il figlio Giovanni conclude il suo racconto affermando che “un ragazzo palermitano deve sapere che, se oggi la sua città è al 79° posto tra i capoluoghi italiani con quattro omicidi volontari consumati, a fronte delle centinaia che se ne contavano tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, lo deve al sacrificio, ma soprattutto al coraggio, all’intelligenza e all’impegno di altri palermitani come Rocco Chinnici”.
A tale affermazione, aggiungerei che anche ogni magistrato deve sapere che ogni conquista, ogni passo avanti nell’affermazione dei valori costituzionali, lo deve al sacrificio, al coraggio e all’impegno dei magistrati come Rocco Chinnici, che hanno pagato con la vita il prezzo delle loro idee.
[1] La celebre frase pronunciata dal magistrato è riportata nel libro di Caterina Chinnici “E’ così lieve il tuo bacio sulla fronte”
