Intervento di Marco Bisogni per la commemorazione di Paolo Borsellino – Palermo 17 luglio 2026
Esistono momenti che diventano una lente attraverso cui una generazione legge la propria vita. Ci sono giorni che non appartengono soltanto alla storia di un Paese.
Appartengono alla biografia di migliaia di persone.
Non perché tutti li abbiano vissuti nello stesso modo, ma perché, senza saperlo, da quel momento hanno iniziato a guardare diversamente il proprio posto in questo Paese. Il 19 luglio 1992 per me è stato questo, il momento in cui ho deciso che volevo fare il PM e volevo farlo in Sicilia.
Essere ora qui a portare i saluti del CSM è quindi per me particolarmente complicato.
Nei giorni scorsi – dopo avere ricevuto l’invito del presidente Balsamo – ho più volte provato a riflettere su quale fosse il senso quello vero della partecipazione del CSM a questa commemorazione. Certo c’è la testimonianza istituzionale, il ricordo dovuto del governo autonomo ad un servitore dello Stato, però forse il significato della presenza del CSM può e deve essere – almeno in parte – diverso.
Il presidente della Repubblica Scalfaro – intervenendo in plenum il 22 luglio 1992, pochi giorni dopo la strage – ci aveva chiesto di essere credibili, non infallibili, ma credibili. “La credibilità di chi si sforza in ogni modo, con cento limiti cento povertà e cento miserie di rendere concreti i valori in cui crede” così disse.
Ebbene per anni confrontandoci con la strage di via d’Amelio non solo non siamo stati infallibili, ma non siamo stati nemmeno credibili.
Sono stati persi anni preziosi prima di ritrovarla la nostra credibilità ritardando il percorso verso la possibilità di comprendere fino in fondo quanto è accaduto il 19 luglio del 1992.
Il senso di essere qui forse allora sta in questo: nel riconoscere di non essere stati sempre all’altezza dei tanti che hanno pagato il prezzo più alto per servire un’ideale anelando ad una società più libera ed equa. Nel riconoscere poi il giusto tributo a chi, in questi anni, con resilienza e dignità – e penso alle famiglie delle vittime di via d’Amelio – ha sempre chiesto di avere semplicemente “verità” senza la quale una famiglia, una comunità, uno Stato non può rimarginare autenticamente le proprie ferite.
E poi forse c’è ancora qualcos’altro per cui ha senso essere qui come CSM.
E’ quello di riconoscere che dalla tragedia del 19 luglio 1992 sono nate tante storie e tante ispirazioni. Molti ragazzi di allora – liceali e universitari – hanno deciso diventare magistrati avendo negli occhi e nelle orecchie il coraggio di Paolo Borsellino in quei terribili 57 giorni. Il suo discorso del 25 giugno a Palermo, la sua intervista di fine giugno al TG5.
E allora il senso di essere qui è anche questo: custodire quelle memorie e quelle ispirazioni senza spegnerle nella burocratizzazione del lavoro giudiziario; fare in modo, anzi, che crescano e raggiungano le prossime generazioni di magistrati.
Perché a quei ragazzi di allora — e a quelli di oggi e di domani — resti impresso che non si diventa magistrati per abitare una professione comoda o una buona posizione sociale, ma per rendere un servizio al prossimo, senza badare al prezzo personale e professionale che esso può esigere: entrando in un’udienza, in un carcere, in una comunità per minori, nel tentativo — che a volte appare impossibile, persino velleitario — di offrire ai cittadini un po’ di quella giustizia che cercano.
