A Giuseppe Donnarumma.

Per tutti gli uomini e le donne di buona volontà

1. La legalità è un concetto che va riempito di contenuti con condotte coerenti. La legalità va testimoniata con i piccoli gesti quotidiani e non solo con le grandi e memorabili imprese.

La storia di Epoché è la storia di una testimonianza di legalità.

La storia di una vicenda così bella e unica da sembrare totalmente inventata.

E invece è stato tutto vero.  

La storia è partita dall’idea di un magistrato di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, Marco Puglia, nel marzo del 2017. Ed è stata dispiegata anche grazie all’impegno ed alla fiducia, oltre che di chi scrive, delle colleghe Lucia De Micco e Oriana Iuliano.

Quattro magistrati un po’ visionari forse, ma anche molto coraggiosi.

Perché il progetto ha previsto la presenza su uno stesso palco allestito fuori dal carcere, in posizione simbolicamente paritaria, di soggetti della società civile “esterna”, con persone detenute.

Sul palco sono saliti alcuni detenuti con i magistrati di sorveglianza di Santa Maria C.V., insieme alla direttrice e ad alcune educatrici della Casa Circondariale di Santa Maria C.V.

Ma l’evento è stato certamente possibile grazie ad una miracolosa sinergia e fiducia creatasi  tra i detenuti, la direzione del carcere, gli educatori tutti, il personale di polizia penitenziaria (che ci ha aiutato per la parte tecnica dello spettacolo e per i trasferimenti dei detenuti, sia all’interno dell’istituto carcerario, che all’esterno, senza mai lesinare entusiasmo ed energie), la magistratura di sorveglianza di Santa Maria C.V., una professoressa di Lettere – Fiorella Federici- e un docente di canto lirico presso il Conservatorio di Salerno, Filippo Morace (che ci ha dato supporto con i suoi preziosi consigli artistici e musicali, presenziando costantemente alle prove e, naturalmente, allo spettacolo).

Epoché, ovvero sospensione del giudizio, come esortazione a tutti coloro che hanno preso parte allo spettacolo ed a coloro che vi hanno assistito, a sospendere momentaneamente ogni valutazione morale e giuridica sulle persone detenute, a non guardare per un momento i condannati sotto la lente deformata del pregiudizio, ma per quello che eventualmente sono stati capaci di diventare dopo la commissione del delitto che stanno “pagando” con la espiazione della pena.

Lo spettacolo è stato pensato come reading di brani di poesie- da Raffaele Viviani a Bob Dylan, da Giorgio Gaber a Dante- mescolati sapientemente, con qualche commento musicale.  

Dopo la “prima” dell’8 luglio 2017, ci sono state varie repliche, anche nello storico teatro Garibaldi di Santa Maria C.V.- e recentemente presso il Teatro comunale di Caserta- ma  è di quella prima serata di luglio che voglio raccontare.

Perché la prima volta è rimasta nell’immaginario di chi ha voluto e lavorato per questo evento, il simbolo dell’abbattimento del pregiudizio che avvolge i detenuti e l’ambiente carcerario.

La luce che si è accesa sugli anfratti bui del carcere e che ha aperto forse un piccolo squarcio nella diffidenza dei benpensanti.

La volta più dirompente e gravida di emozioni.

2. Arrivò al Tribunale di Napoli Nord, nella cui corte cinquecentesca era stato allestito il palco, nel primo pomeriggio di quel luglio che già prometteva un’estate molto calda, il pulmino della penitenziaria con gli undici detenuti selezionati per lo spettacolo.

I detenuti autorizzati ad allontanarsi dal carcere con i permessi emanati da noi magistrati di sorveglianza, giunsero in tempo per la prova generale e mi dissero che mi avevano visto arrivare con la mia auto, durante il tragitto, presso una rotonda a poca distanza dal Tribunale di Aversa.

Mi raccontarono che dal cellulare della penitenziaria si erano sbracciati per richiamare la mia attenzione, in un clima da gita scolastica, ma io non li avevo visti, troppo assorta nei miei pensieri.

Uno di loro, Giuseppe Donnarumma, al suo primo permesso- con un fine pena al 2028, per una serie di truffe, ricettazioni ed una rapina- mi disse sprizzando felicità e sorrisi: <Dottorè, ma comm fujvn! Avit fatt ‘a rotond cà recchia nterr… fors avit capit che c’ stevn ‘e mariuol?> (traduzione per i non campani: <Dottoressa, ma come andavate veloce! Avete fatto la curva di corsa- “ca recchia interr”-  forse perché avete percepito che nelle vicinanze c’erano dei “ladri”?>).

Era un uomo divertente Giuseppe Donnarumma.

Garbato ed ironico, sereno e ottimista, nonostante la prospettiva di dover passare ancora molti anni in carcere.

Ora purtroppo non è più tra i vivi, ma la sua ironia, la sua gentilezza quando mi recavo in carcere e insisteva affinché-  durante l’esercizio delle mie funzioni di vigilanza in Istituto- entrassi e mi sedessi un momento nella sua cella ed accettassi un caffè preparato da lui, mi accompagnerà per sempre.

Donnarumma, in occasione di quello spettacolo, beneficiò del suo primo permesso premio dopo diversi anni di detenzione e, durante una pausa della prova generale, ebbe un mancamento.

Troppa “libertà tutta insieme”.

 “Non ci era abituato”, come dichiarò candidamente, quando si riprese.

Lo spettacolo fu per i detenuti l’occasione per un piccolo riscatto sociale, anche agli occhi dei familiari che erano venuti al Tribunale di Napoli Nord per assistere alla esibizione.

Ma, per Donnarumma, l’occasione di incontrare la sua famiglia fuori dal carcere dopo tanti anni di detenzione, fu frustrata da un incidente stradale che aveva avuto suo figlio adolescente, appena il giorno prima dello spettacolo.

Quel detenuto fu quindi l’unico tra tutti gli attori- detenuti a vivere l’evento da solo, o meglio “solo” con tutti coloro che si erano avventurati in quella esperienza, ma senza il supporto dei parenti che per gli altri avevano invece potuto presenziare alla esibizione.

Quel pomeriggio di prove fu di duro lavoro, anche per il caldo che avvolgeva e rallentava i movimenti e i nostri pensieri.

Fu duro anche per l’incertezza che ci accompagnava.

Epoché fu un esperimento sociale, come lo definii io stessa durante un’intervista.

Ma gli esperimenti possono riuscire o non riuscire.

E prima del debutto, un groviglio di pensieri non esternati per scaramanzia affollò sicuramente le menti di ognuno di noi.

Questi pensieri trasparivano dalle espressioni tese dei nostri visi.

Io, dietro le quinte, poco prima di entrare in scena, pensai che fossi completamente pazza a mettere in gioco la mia credibilità, come stavo facendo.

 Un rigurgito della educazione piccolo borghese che avevo ricevuto, mi fece dubitare di me stessa, davanti alla prospettiva di esibirmi in uno spettacolo teatrale- sia pure nella forma composta del reading– davanti ad altri colleghi.

 Fu un detenuto che era accanto a me, Pasquale Di Palma, che intercettò le mie inquietudini e mi rassicurò dicendomi che sarebbe andato tutto bene.

Me lo promise, anzi: in quell’ attimo e per quell’attimo si ribaltarono i ruoli e le certezze di ciascuno di noi, in un reciproco scambio di forza e fiducia.

 Entrammo finalmente in scena e in quel momento sentii il pubblico trattenere il fiato.

 Tutte le paure si dissolsero.

Sentivo gli occhi degli astanti spalancati sulla realtà che simbolicamente stavamo proponendo, il carcere portato “fuori”, nella società civile.

 Leggemmo il collage dei brani selezionati, i colleghi Marco e Lucia cantarono anche, e lo fecero magnificamente.

Tutto il meccanismo teatrale congegnato da Marco Puglia funzionò alla perfezione.

La sapienza acquisita da Marco in un’altra vita, quando, prima di vincere il concorso in magistratura, aveva lavorato come attore professionista, ci aveva aiutato ad allestire uno spettacolo vero, che superò le aspettative di tutti. Le nostre, innanzitutto.

 Le emozioni di coloro che erano sopra il palco scorsero in uno scambio virtuoso e tumultuoso con tutti coloro che assisterono alla esibizione.

Alla fine, cantammo tutti Imagine, di John Lennon, con il maestro Filippo Morace che entusiasta ci diresse.

Ricordo che notai che in quei momenti, il maestro sorrideva con tutto sè stesso, ogni fibra del suo essere sprizzava gioia.

 Anche il pubblico cominciò a cantare con noi, e nella durata infinita di quei magici e lunghissimi istanti, tutti ci spronammo ad immaginare un mondo diverso, perché solo con l’immaginazione si può veramente pensare di cambiare le cose.  

 Quella sera, sul palco scintillante allestito nella magnifica cornice del palazzo cinquecentesco che ospita il Tribunale di Napoli Nord, davanti ad un pubblico formato da varie personalità della società civile, per il tempo di durata dello spettacolo, non ci furono detenuti e persone libere, nessun condannato e innocente, nessuna vittima e carnefice, nessuna divisione culturale, nessuna separazione per censo o per classe sociale, ma solo persone che riuscirono a scuotere gli animi, a far emozionare, riflettere e sognare, tutti.

La vera Comunione”, come disse Filippo Morace.

 I detenuti, da emarginati, da “pietre scartate dal costruttore” (cit.), divennero protagonisti assoluti di quella sera, pietre angolari della società, per gli spiragli che riuscirono ad aprire nelle menti e negli animi di coloro che assistettero allo spettacolo.

In quel momento trovarono una forma di realizzazione i concetti immaginati dai Padri Costituenti nella nostra Carta Fondamentale, con riferimento alla “pena” in una società progredita, ovvero democraticamente avanzata.  

Ovvero l’idea della pena intesa non come sterile sofferenza, come mera retribuzione al male inflitto con la commissione del reato, ma come percorso sì doloroso, ma anche fecondo e gravido di opportunità, sia per il condannato che per la società civile tutta.

Quella sera, le idee di fiducia, di riconciliazione, di pace sociale, di persona al centro del trattamento penitenziario, di rieducazione della pena, di pena intesa come opportunità, sembrarono possibili a tutti.

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