La trama narrativa ruota soprattutto sulla figura di Antonio, che da minorenne assiste passivamente ai molteplici atti di violenza perpetrati fra le mura domestiche da Marcantonio, suo padre, a danno di sua madre; ma, quando il padre sta compiendo violenza sessuale anche nei confronti della figlia Nella, Antonio si avventa su di lui e, al fine di interrompere l’atto criminoso a danno di sua sorella, lo ammazza con un coltellaccio infilato nel fianco.
Pertanto, Antonio viene condannato a pena detentiva, che sconta in carcere ove conosce Angelo alias Il Muto con cui condivide la cella ed instaura un rapporto di solidissima amicizia e reciproco sostegno.
Inoltre, da Angelo apprende il significato del singolare ‘codice linguistico’ carcerario, il senso spesso ‘occulto’ di gesti e comportamenti degli operatori e dei detenuti, le dinamiche e le regole (spesso improntate alla violenza e vendetta) della convivenza con le altre persone ristrette, i modi con cui rapportarsi con la direzione e la Polizia Penitenziaria; in buona sostanza, viene gradualmente a conoscere la ‘dura legge’, che governa e scandisce la vita stagnante in carcere.
Nel frattempo Nella si sposa con Tullio, ma il loro matrimonio non è sereno ed è segnato da comportamenti ed eventi, che gradualmente ne determinano il fallimento.
Antonio ed Angelo escono dal carcere, ma si imbattono in devastanti pregiudizi sociali e grandi difficoltà, che impediscono loro di avviare un effettivo percorso di reinserimento sociale, sicché entrano a far parte di una banda dedita alle rapine.
Ma, durante una rapina, un componente della banda tenta di violentare Aurora, che è la padrona di casa in cui i rapinatori sono entrati per depredarla; Antonio ed Angelo intervengono e riescono ad impedire la violenza sessuale e per ciò, attardandosi all’interno della casa di Aurora, sono acciuffati dalla Polizia e ricondotti in carcere, ove sono reclusi per la seconda volta.
Aurora, che svolge in carcere regolari colloqui con Antonio, decide di aiutarlo, offrendogli un lavoro: la cura della propria biblioteca; pertanto, Antonio esce dal carcere in misura alternativa per lavorare come bibliotecario in casa di Aurora e, successivamente, anche Angelo è ammesso a misura alternativa grazie al lavoro di giardiniere offertogli sempre da Aurora.
Antonio si impegna nello studio e consegue la laurea in giurisprudenza, mentre Angelo oltre al lavoro di giardiniere si prende cura di Giada, unica figlia di Aurora; entrambi, poi, terminano di espiare la pena.
Il romanzo prosegue nell’avvincente susseguirsi di eventi rocamboleschi ed imprevedibili, di situazioni molto dolorose e tragiche, di vicende criminali spesso al massimo grado crudeli e disumane, di momenti piacevoli e gratificanti, di comportamenti audaci, di colpi di scena inaspettati e fortunosi, di cambiamenti esistenziali molto profondi, di relazioni amicali ed affettive che si intrecciano in maniera pressoché ‘indissolubile’, di tentativi di riscatto da un passato molto pesante e buio.
Le tematiche, che la narrazione mette in evidenza, sono molteplici e variegate.
Ma due sono le chiavi interpretative delle vicende umane del protagonista e dei personaggi, che via via gli ruotano attorno.
La prima ha natura antropologica: consiste nell’intreccio tra il bene e il male, nell’aspro combattimento tra la tensione verso il rispetto delle regole di convivenza civile e dei diritti delle persone e la vischiosa ‘attrazione’ ovvero il seduttivo ‘fascino’ per il crimine, la violenza, l’illegalità, la sopraffazione.
Ad ogni arretramento del bene si assiste all’espansione del male negli spazi da quello lasciati liberi; e viceversa.
Ogni volta che la tensione verso il bene perde vigore e si infiacchisce nella coscienza individuale e collettiva, il male trova spazi da occupare, insinuandosi negli interstizi delle debolezze umane in una lotta senza quartiere caratterizzata da avanzamenti e regressi.
Il combattimento tra il bene e il male investe ed attraversa la coscienza delle persone, le relazioni familiari, gli ambiti di vita sociale, le stesse istituzioni dello Stato che operano comunque con il cuore, la mente, le mani e le gambe delle persone.
Invero, l’intreccio quasi indistinguibile ed il combattimento tra il bene e il male sono presenti nella coscienza di:
- Antonio che, dopo la prima carcerazione, di mattina svolge un lecito lavoro, mentre di notte si dedica alle rapine;
- Angelo alias Il Muto che si è reso autore di delitti molto efferati, ma nel contempo è un appassionato lettore della Divina Commedia, di cui ha mandato a memoria le terzine incatenate;
- Antonio e Angelo che, durante la rapina in casa di Aurora, proteggono costei dal tentativo di violenza sessuale posto in essere dal sodale soprannominato Lo Sfregiato;
- Passpartou che è un componente della stessa banda di rapinatori di cui in passato hanno fatto parte Antonio e Angelo, ma ad un certo punto della sua vita è attratto dal bene e consegna nelle mani di Antonio -diventato nel frattempo avvocato- l’elenco dei suoi sodali e delle rapine perpetrate, affinché lo portasse alle forze dell’ordine.
Inoltre, la lotta tra il bene e il male segna profondamente anche il nucleo familiare di:
- Nella che ha sposato Tullio, il quale, dopo aver saputo che la moglie era stata violentata dal padre, le rivolge parole sprezzanti, dicendole che si era preso gli ‘avanzi’ del padre violento;
- Antonio che protegge la sorella Nella dalla violenza del padre e lo ammazza;
- Angelo che ha come padre un esponente di spicco della criminalità mafiosa, ma la madre vuole collaborare con la giustizia, al fine di sottrarre il marito e il figlio Angelo al cupo destino segnato per chi fa parte di un clan mafioso;
- Aurora che con tutte le sue forze decide di supportare costantemente i pregiudicati Antonio e Angelo nel percorso di reinserimento sociale, offrendo loro lavoro e così dando ad entrambi la possibilità di riscattarsi; per converso, suo marito (non consorte!) Leandro e suo padre Silvano (facoltoso imprenditore) non condividono la scelta di Aurora e le remano contro, anche se Silvano in un secondo momento accetta con convinzione ciò che la figlia sta facendo per recuperare Antonio e Angelo.
Il conflitto tra il bene e il male attraversa, come faglia profonda, anche la società come si desume dal fatto che:
- gli extracomunitari Ashia e suo figlio Habrim sono gli unici a partecipare alla festa di compleanno di Giada, mentre gli altri coetanei di costei -benché invitati- non si presentano, perché non vogliono avere rapporti con sua madre Aurora ‘rea’ di avere rapporti con i pregiudicati Antonio e Angelo;
- Manfredi, che partecipa al funerale di Angelo ucciso nell’atto di proteggere Giada, così lividamente chiosa il lugubre evento: “i delinquenti prima o poi fanno questa fine”;
- un’altra persona, che partecipa al funerale di Angelo, cinicamente commenta: “ora sarà muto per sempre”;
- Passpartou, dopo aver consegnato ad Antonio la lista dei componenti la banda di rapinatori e dei crimini perpetrati, viene rinvenuto morto incaprettato davanti al cancello di ingresso nella casa di Aurora; quest’ultimo episodio, unitamente all’ammazzamento di Angelo avvenuto poco prima, è all’origine della costituzione di un ‘Comitato Civico’ per la tutela dell’ordine e della sicurezza in città.
Infine, il contrasto tra il bene e il male è presente anche nelle istituzioni.
Infatti, Antonio e Il Muto sperimentano da un lato l’ignavia e la pigrizia burocratica del direttore del carcere, nonché i comportamenti irridenti, beffardi, sprezzanti, ironici, provocatori del Poliziotto penitenziario soprannominato Jena Ridens per via del ghigno e della mezza smorfia, che compaiono sul viso tutte le volte in cui si approccia alle persone detenute; dall’altro lato, le modalità relazionali adeguate e profondamente umane del nuovo direttore del carcere e del Poliziotto penitenziario Ciriola, i quali certamente credono che il rispetto della dignità e dei diritti delle persone in vinculis sono alla base di ogni processo di riscatto e di rieducazione ai sensi dell’art. 27, comma 3 della Costituzione.
La seconda chiave di lettura s’identifica nell’orologio a ricarica manuale, che Aurora regala ad Antonio in occasione del conseguimento della laurea in giurisprudenza, accompagnando il dono con le seguenti parole: […] E’ un vecchio orologio a carica, in cui scorrerà soltanto il tempo, che tu avrai saputo e voluto “caricare” […].
In questa frase è certamente scolpita la finalità rieducativa della pena sancita dall’art. 27, comma 3 della Costituzione, in cui si stabilisce che le pene -fra l’altro- devono tendere alla rieducazione della persona condannata.
Il recupero (rieducazione) di chi si è reso responsabile di un reato non può essere oggetto di un atto di forza ovvero di un’imposizione dello Stato attraverso i suoi organismi ovvero le figure professionali che sono chiamate ad operare durante l’espiazione della pena in carcere o in misura alternativa alla detenzione, bensì presuppone e passa attraverso la volontà ed il consenso consapevole della stessa persona condannata; in altre parole, non c’è rieducazione senza il consenso dello stesso condannato.
L’esecuzione della pena è finalizzata al reinserimento sociale ed a stimolare la rivisitazione critica della condotta criminosa perpetrata; ma questi obiettivi possono essere raggiunti soltanto se la persona condannata lo voglia ovvero maturi nella sua coscienza la decisione di accettare le regole che presiedono la convivenza sociale, di rispettare i diritti e la dignità delle persone con cui viene a contatto, di allontanarsi da ambienti e stili di vita devianti, di ‘guadagnarsi il pane’ mediante un onesto lavoro.
Lo Stato, come Aurora che dona l’orologio ad Antonio, deve limitarsi ad offrire alle persone condannate un tappeto di chances, di opportunità di reinserimento sociale, di occasioni di riscatto.
Ma soltanto la persona condannata può decidere se e per quanto tempo ‘ricaricare l’orologio della sua esistenza’, perché la quantità e la qualità del tempo da vivere è appannaggio soltanto del reo, che ne è l’unico dominus ed opera sulla base dei convincimenti che man mano scopre e matura nell’intimo della sua coscienza.
E sull’immagine simbolica dell’orologio a ricarica manuale s’innesta la tematica del ‘tempo’, di cui si sono occupati diversi filosofi sin dai tempi antichi.
Nel romanzo la dimensione della durata e della qualità del ‘tempo’ è descritta sotto tre diversi aspetti:
- in carcere: “I giorni si susseguivano inesorabilmente uguali, anche nelle voci, nella luce smorta e fredda, nei colori, nei rumori. Antonio si sentiva segregato in una realtà priva di senso e di speranza, come se si trovasse chiuso in una sala d’attesa, in attesa di niente. Il tempo, una clessidra senza sabbia” (pag. 30);
- l’orologio donato da Aurora ad Antonio, il quale è l’unico a poter stabilire la durata e qualità della sua vita futura;
- il tempo della vita, che Antonio ‘ricarica’ grazie alla presenza di Giada rimasta orfana della madre.
Allora ci si chiede: come e quando possono fiorire le spine?
La fioritura delle spine, per l’autore, non passa attraverso la narrazione di profondi travagli interiori né mediante lo scandaglio degli anfratti più intimi e reconditi della coscienza personale dei personaggi; non si sviluppa sul terreno dell’analisi psicologica di un’interiorità macerata in chiaroscuro fra ciò che può essere il bene e ciò che può essere il male; non s’imbatte nella descrizione di tormenti interiori; non si concretizza nell’esposizione del travaglio e della sofferenza spirituale, morale ed etica dei personaggi.
L’autore, invece, preferisce far fiorire le spine sulla trama delle evidenze oggettive ed esteriori: i gesti, i comportamenti, le omissioni, le azioni dei protagonisti. Sono le condotte a rivelare se i protagonisti, che hanno perpetrato reati, abbiano intrapreso e concluso un efficace, autentico, reale cammino di redenzione ai sensi dell’art. 27, comma 3 Cost..
In definitiva, per l’autore, l’ossimoro della fioritura delle spine si scioglie sul confine indistinguibile tra il bene e il male in continua lotta nella coscienza personale, nelle formazioni sociali, nel consorzio umano, nelle istituzioni.
