Signor Presidente della Corte d’appello, Signor Procuratore generale, Signor rappresentante del Ministro della giustizia, Signor Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati, rappresentanti della dirigenza e del personale amministrativo, Autorità, colleghe e colleghi, esponenti della società civile presenti, amici.
rivolgo a tutti voi il saluto del Consiglio superiore della magistratura, che oggi ho l’onore di rappresentare qui nel mio distretto di provenienza tra colleghi che vivono la nostra professione con spirito di sacrificio e abnegazione che posso personalmente testimoniare.
Ho ascoltato con grande interesse la relazione del Presidente della Corte e voglio subito esprimere un ringraziamento per i traguardi raggiunti e per l’impegno profuso da quanti operano negli uffici giudiziari del distretto di Catania, che hanno svolto il proprio compito a servizio della collettività nonostante le difficoltà opportunamente sottolineate nella relazione stessa.
Con riferimento alle scoperture di organico il CSM sta provvedendo e la destinazione agli uffici giudicanti del distretto di Catania dei nuovi magistrati che in questo mese hanno scelto la sede (5 al Tribunale di Caltagirone, 5 al Tribunale di Siracusa, 2 al Tribunale di Catania e 1 al Tribunale di Ragusa) consentirà di alleviare i ritmi di lavoro che fin adesso sono stati strenuamente sostenuti, finanche con la metà dei magistrati previsti dall’organico (come per il Tribunale di Caltagirone che registra il 50% di scopertura).
L’impegno dei magistrati del distretto e l’organizzazione degli uffici hanno dato ottima prova anche rispetto agli ambiziosi obiettivi posti dal PNRR, che giungono a scadenza a marzo 2026. Dall’osservazione del cruscotto predisposto dal CSM, che monitora i risultati raggiunti, si ha evidenza che il distretto di Catania, stante le ultime rilevazioni disponibili al 30 giugno 2025, si mostra pienamente in linea (o comunque nella giusta direzione) per il raggiungimento degli obiettivi PNRR sia in termini di smaltimento
dell’arretrato che di riduzione del disposition time. È iniziato da pochi giorni l’ultimo anno della consiliatura in carica e, a legislazione vigente, questa è anche l’ultima volta che ho l’onore di rappresentare il Consiglio superiore della magistratura nella solenne cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario.
La consolidata liturgia dell’anno giudiziario imporrebbe a questo punto un rendiconto delle attività consiliari dell’ultimo anno, ma credo che non sia questo il momento per seguire i nostri schemi consolidati. Agli atti ho depositato il rendiconto predisposto dal Consiglio.
Qui vorrei solo ricordare ciò che abbiamo provato a fare per affrontare le ragioni profonde della crisi di credibilità del governo autonomo, intervenendo nei settori più esposti: il ruolo delle procure e le nomine dei direttivi e dei semidirettivi. In entrambi i casi abbiamo lavorato per ridurre la discrezionalità, rafforzare le regole, ampliare la partecipazione e rendere le decisioni più controllabili.
C’è poi un’altra parte consistente dell’attività consiliare che si è sviluppata nella dialettica con il Ministero della giustizia e nella quale il CSM ha potuto giocare un ruolo grazie all’attuale assetto istituzionale ed alla legittimazione dei suoi membri.
Ci siamo presi carico di proporre interventi emergenziali nell’ottica del PNRR e per raggiungere obiettivi difficilissimi da altri fissati senza alcun coinvolgimento del CSM.
E questo anche se gli obiettivi del PNRR avrebbero dovuto essere soprattutto occasione per introdurre strumenti operativi reali, con un supporto concreto ai dirigenti degli uffici e a tutti i giudici chiamati a tradurre quegli indicatori in giustizia effettiva. Quel supporto non è arrivato in modo adeguato. Occorreva
infatti incidere sulle cause strutturali della lunga durata dei processi (civili e penali), tra le quali:
– le significative vacanze nell’organico della magistratura (come possono ben testimoniare i colleghi che lavorano a Siracusa, Ragusa e Caltagirone);
– le critiche scoperture di organico nel personale amministrativo (attualmente assestate intorno al 40%);
– la irrazionale distribuzione dei magistrati sul territorio nazionale (con flussi sbilanciati sul territorio nazionale come sanno – ancora una volta i colleghi che lavorano a Siracusa e quelli in servizio presso la Corte d’Appello di Catania alla prese con sopravvenienze individuali tra le più alte d’Italia);
– l’insufficienza dei vigenti strumenti deflattivi per il contenzioso civile, anche attraverso l’ampliamento delle ipotesi di conciliazione in primo grado. L’analisi dell’andamento delle iscrizioni nel settore civile
registra, al contrario, una tendenza esattamente inversa: nei tribunali (dati aggiornati a giugno 2025) si è passati dalle 866.507 iscrizioni nel 2019 alle 927.349 del 2024 con un incremento di oltre il 12% di nuovi
procedimenti;
– l’instabilità del quadro ordinamentale e normativo, che impedisce un’adeguata programmazione dell’attività definitoria da parte degli uffici;
– l’edilizia giudiziaria che costringe i magistrati a lavorare in condizioni inaccettabili per molte altre categorie e restituisce un’immagine non dignitosa dell’esercizio della giurisdizione (come sanno bene i colleghi che lavorano nei palazzi di giustizia di Catania, tra cronica mancanza di spazio e allagamenti).
Non è ancora troppo tardi per alcune di queste misure che solo il Ministero può e deve garantire.
Abbiamo poi rivendicato un nuovo assetto nei rapporti tra informatica giudiziaria, Ministero e governo autonomo. Abbiamo tentato di disciplinare – primo CSM in Europa – il rapporto tra giurisdizione e intelligenza artificiale generativa consapevoli che ormai l’informatica giudiziaria è un vero e proprio
formante giudiziario.
È in questo contesto si colloca il nuovo assetto costituzionale ed il referendum del prossimo 22 e 23 marzo. Io credo che sia un’occasione straordinaria di dibattito e di crescita civile.
In primo luogo, perché il referendum chiama tutti – istituzioni e cittadini – a confrontarsi nel merito su scelte che incidono sull’equilibrio tra i poteri dello Stato. In secondo luogo, perché è un momento di democrazia costituzionale: la Costituzione diventa oggetto di discussione pubblica, torna ad essere di tutti i cittadini.
La riforma propone una legittima, ma ormai dichiarata modifica degli assetti istituzionali e dell’equilibrio tra i poteri dello Stato ed è stata oggetto di una delibera del CSM che credo possa aiutare a sgombrare il campo da alcune suggestioni sulle ragioni della riforma per aiutarci tutti insieme a riflettere su quelle reali.
La definitiva separazione delle carriere è un tema serio. Alcune riflessioni provenienti dall’avvocatura, legate all’esigenza di una maggiore apparenza di imparzialità, hanno dignità e meritano attenzione. Tuttavia, la separazione porta con sé un mutamento profondo del ruolo del pubblico ministero e il
rischio di una sua trasformazione in avvocato dell’accusa, privo del controllo diretto sulla polizia giudiziaria e sulla notizia di reato.
Amici avvocati, siete sicuri che l’apparenza di imparzialità – perché solo di apparenza si parla: il giudice è già terzo e imparziale nella sostanza – valga, per il cittadino, il prezzo di un pubblico ministero sempre più ancorato a logiche meramente accusatorie? Io credo di no, e credo che la direzione dovrebbe essere quella opposta: una maggiore osmosi tra tutte le funzioni giudiziarie.
Sul versante disciplinare, il dibattito ha talvolta assunto tratti lontani dalla realtà dei fatti. Il giudice disciplinare opera senza arretrati e commina sanzioni in una percentuale significativa dei casi. Come ha affermato il Vicepresidente del CSM Fabio Pinelli, la Sezione disciplinare lavora con serietà, competenza e
rigore, senza influenze riconducibili alle appartenenze associative. I dati dimostrano che non esiste una giurisdizione disciplinare controllata o indulgente.
Il sorteggio secco per i magistrati, affiancato a un sorteggio temperato per i laici, rischia di produrre un Consiglio nel quale l’unico gruppo culturalmente omogeneo è quello indicato dal Parlamento. Già oggi, nel Consiglio, i consiglieri laici espressi dalla maggioranza si sono strutturati come un vero gruppo politico interno, con linee di voto coordinate. In più occasioni ciò si è tradotto in iniziative volte a stigmatizzare singoli magistrati per decisioni sgradite alla maggioranza politica del momento in procedimenti sensibili.
Tutte iniziative che sono state arginate grazie alla componente togata, forte della legittimazione democratica derivante dal voto dei magistrati.
Io credo che, alla fine – andando all’osso – sia questa la ragione principale per cui questa riforma non può essere condivisa: costruisce un sistema nel quale il magistrato rischia di essere più esposto a pressioni e ritorsioni professionali per decisioni non gradite alla maggioranza del momento. E un magistrato più esposto è un magistrato che, anche solo inconsapevolmente, può finire per essere più forte con i deboli e più debole con i forti: l’esatto opposto di ciò che serve nel tempo difficile che stiamo vivendo. Un tempo nel quale il giudice e il magistrato saranno sempre di più chiamati a confrontarsi con parti in posizioni
sideralmente asimmetriche, con forza economica, politica e contrattuale incomparabili: gradi multinazionali da una parte e singoli cittadini o lavoratori dell’altra.
E sia chiaro: molto resta da fare per migliorare la giustizia e la magistratura, e il percorso di autoriforma non può arrestarsi. Ma quel percorso ha bisogno di un legislatore che scelga di misurarsi con i problemi veri – incidendo, ad esempio, ancora sui sistemi di selezione dei dirigenti, sulle regole di valutazione, sull’organizzazione e sulle risorse – non di un legislatore che sfrutti la crisi di fiducia della magistratura come occasione per spostare i contrappesi, ridisegnare nuovi equilibri istituzionali e regolare vecchi conti.
Fatemi chiudere con una storia che racconta Giuliano Da Empoli, in un saggio essenziale per capire i nostri tempi, L’ora dei predatori.
Siamo a Lieusaint, un comune della periferia di Parigi. Nel giro di pochi giorni, i quartieri residenziali si trasformano in un inferno urbano: portare i figli a scuola diventa un percorso a ostacoli; poi clacson, ingorghi, rallentamenti, inquinamento. La causa è una APP che suggerisce i percorsi più veloci in tempo reale per far risparmiare tempo ai suoi utenti. E, proprio perché concentrata su un solo obiettivo – far risparmiare tempo – qualunque altra considerazione la lascia indifferente.
Il sindaco decide di intervenire. Modifica la viabilità del paese. Le misure producono un certo risultato, ma non risolvono il problema.
Il sindaco prova allora a risalire la filiera. E scopre che la APP è come molte piattaforme: un nome conosciuto da tutti, milioni di utenti, un impatto profondo sulla vita delle città e dei territori; ma se hai bisogno di parlare con qualcuno non trovi un interlocutore, nemmeno un numero di telefono, nemmeno un dipendente in Francia. Solo, per così dire, il brusio di voci lontane del “Castello”. (E qui “Castello” è un riferimento preciso a Kafka: nel suo romanzo, K. arriva in un villaggio e prova invano ad accedere al Castello, che governa tutto ma resta irraggiungibile).
A quel punto non resta che ricorrere ai media. Arriva così un drappello di emissari: gentili, comprensivi, prendono appunti. Ma il sindaco capisce subito che sono lì solo per la forma: è evidente che non hanno alcun potere. Anche loro sono ingranaggi della macchina. Chiede almeno di inserire parametri – ad esempio scuole e ospedali – per proteggere i luoghi sensibili dalle orde indirizzate dalla APP. Gli emissari ascoltano, poi si scusano educatamente e se ne vanno. Il sindaco non avrà mai più notizie.
Ecco: in questa storia io vorrei vedere arrivare un giudice e un diritto capaci di farsi consegnare le chiavi del Castello. Capaci di imporre, anche ai poteri più grandi e opachi, la responsabilità delle scelte e il rispetto delle regole; capaci di proteggere chi non ha strumenti, chi non ha forza, chi non ha accesso.
Questo, in Italia, è accaduto e ancora accade nelle nostre aule di giustizia perché esiste un saggio equilibrio costituzionale – testamento di una generazione generosa che aveva guardato negli occhi il lato buio dell’uomo e della storia – che rende possibile una giurisdizione indipendente. Se saremo in grado di preservarlo, potremo continuare a rinnovare quel piccolo miracolo – fragile ma decisivo – che è il diritto come convenzione umana: l’idea che nessuno, per quanto potente, sia “fuori portata”, e che la giustizia non sia un favore, ma un diritto soprattutto dei più deboli.
