Un bel libro – dal titolo «Pasquale Andria. Scritti. Giustizia minorile e testimonianza di fede», pubblicato da D’Amato Editore, con le introduzioni di Claudio Cottatellucci, Marco Damilano e Cristina Maggia – raccoglie gli scritti e gli interventi di Pasquale Andria e costituisce una occasione di riflessione per il presente e per il futuro.

Vi si ritrovano le ragioni dell’impegno appassionato di un magistrato minorile, anche nelle vesti di presidente del Tribunale per i minorenni di Potenza e di Salerno, nonché in quelle di presidente della Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia (AIMMF) dal 2002 al 2005, negli anni della sventata riforma Castelli. 

Andria emerge dagli «Scritti» come testimone dei valori del cattolicesimo democratico, quell’area di pensiero che trova le sue origini in una generazione, dei Moro, dei Dossetti, dei La Pira, che si era preparata nel corso della dittatura fascista, mantenendo desto e critico il pensiero, per ritrovarsi pronta al momento della fondazione della democrazia repubblicana, così contribuendo ai lavori della Assemblea costituente. 

La formazione di Pasquale Andria incontrava, poi, anche Vittorio Bachelet che, prima di divenire vicepresidente del CSM, aveva promosso un significativo rinnovamento dell’Azione Cattolica Italiana – associazione della quale successivamente Pasquale sarebbe stato anche vicepresidente nazionale – promuovendo la cd. scelta religiosa. Scelta periodicamente travisata da chi non ne coglie la profondità della opzione e la ritiene erroneamente una fuga dall’impegno pubblico. Tutt’altro, e Pasquale ne fu interprete fedele e testimone: quella opzione ha sempre significato la necessità di un impegno personale serio, di una formazione non esibita ma vissuta, di una profonda fedeltà ai propri valori, nel pieno rispetto della laicità delle istituzioni. Formare le coscienze, quindi, per rendere un servizio competente alla comunità da cittadini, da laici credenti, così qual era Pasquale.

Gli “Scritti” di Andria sono, in relazione ad entrambi i versanti finora descritti, di grande attualità e profondità, come illustrano le tre belle introduzioni che li accompagnano: una prima, di Marco Damilano, attuale conduttore de «Il cavallo e la torre», che indica Andria come un «maestro autentico», autorevole come colui che «è discreto, non si impone», protagonista e partecipe della generazione fedele al Concilio e alla Costituzione, quella di Alfredo Carlo Moro, già presidente della AIMMF, Pietro Scoppola e Leopoldo Elia.  

Alla metà degli anni ’90 Andria sollecitava un ripensarsi senza rimpianti, senza nostalgie, ma con lo sguardo teso a comprendere i cambiamenti in atto, per essere nel mondo «evitando indebiti integralismi come indebite separatezze», come cattolici ma anche come cittadini: questo lo stile di Andria, il suo sguardo sul mondo, che Damilano collega anche a Michela Murgia, a sua volta grata per aver acquisito in quel contesto associativo l’alfabeto della libertà e della democrazia.

E dello stesso sguardo di Andria, attento alla vita sociale e alla crisi giovanile – rifuggendo ogni separatezza e autoreferenzialità della magistratura dal mondo reale – scrivono anche Claudio Cottatellucci, attuale presidente della AIMMF, e Cristina Maggia, che lo è stata dal 2021 al 2023.

C’è una unità di fondo che si coglie in questi “Scritti” che è la cifra di Andria, quella del dialogo, dell’ascolto e della competenza, ma anche della speranza e della ricerca delle strade per alimentarla.

Sono scritti che si rivelano di una attualità sorprendente: forse perché, periodicamente, più governi di diverso colore hanno tentato di mettere mano alla giurisdizione minorile con intenti liquidatori, facendo prevalere istanze economiche e di presunta efficienza sulla necessità di assicurare una attenzione peculiare al mondo dei bambini e dei ragazzi. Portatori, quest’ultimi, di dignità e di diritti da tutelarsi anche – e soprattutto – quando il mondo adulto si volta dall’altro lato. Il che, con il crescente individualismo e l’attenuazione dei legami di comunità, si verifica sempre più di frequente.

Per assicurare questa peculiare attenzione occorre una magistratura veramente autonoma e indipendente, garanzie queste ultime strumentali e mai finali. E allora c’è da chiedersi cosa ne sarà anche della giurisdizione minorile se dovessero prevalere i ‘si’ alla prossima consultazione referendaria e quale sarà la sorte dei diritti dei minori, che è spesso più comodo e più economico, in una dimensione individualistica e di consenso, non tutelare.

Ferma la strumentalizzazione propagandistica in funzione referendaria, le recenti vicende della ‘famiglia nel bosco’ – sul punto rinvio alla intervista di Cottatelucci[1] – dimostrano ancora una volta che sempre più si acuisce, nel rapporto con l’opinione pubblica e con lo spirito del tempo, per così dire, la scarsa consapevolezza della posta in gioco. In assenza di un CSM davvero in grado di assicurare l’indipendenza al singolo giudice minorile, non è difficile ipotizzare che si faranno passi indietro nelle garanzie a tutela dei minori. Dall’altra parte c’è, però, anche la necessità di spiegare costantemente, in certa misura ‘a bocce ferme’, la ragione che giustifica gli interventi sui nuclei familiari a tutela dei minori, ma anche la gradualità degli stessi e la possibile reversibilità di alcune decisioni; come pure, nel penale, c’è da porsi il problema della adeguatezza dello spazio riservato alle vittime nel processo minorile.

E allora può essere utile riascoltare un intervento di Andria che già nel 2003 [2] – a proposito della relazione fra minore e famiglia – affrontava in modo critico il tema della visione autarchica della famiglia, che oggi come allora sembra pericolosamente riaffacciarsi. Andria richiama il principio costituzionale di solidarietà e propone una riforma alternativa a quella Castelli: un Tribunale della famiglia e della persona, nel quale sia mantenuta una elevata specializzazione, come anche la multidisciplinarietà nel collegio, che non può essere surrogata dalle perizie, continua Andria, nonché autonomia organizzativa, per assicurare la miglior risposta di giustizia possibile per minori e famiglia.

Negli “Scritti” si trovano oltre che ripetuti interventi quanto alla relazione fra il minore e la propria famiglia, anche riflessioni accurate sulla professionalità del magistrato minorile, la giurisdizione minorile mite, i limiti dell’esclusione del minore dalle relazioni familiari, il passaggio da una dinamica dell’assistenza al riconoscimento del minore come portatore di diritti, l’importanza del giusto processo minorile per l’ascolto effettivo del minore, e così via.

Si palesa, quindi l’attualità di questi “Scritti”, come le introduzioni di Cottatellucci e Maggia ci spiegano.

Molto interessante è il passaggio in cui Cottatellucci richiama l’idea di Andria che attribuisce valore alla ‘crisi’ della giustizia minorile correlandola alla crisi sociale, a fronte di sentimenti di insicurezza e paura diffusi: parole e timori assolutamente attuali, rispetto ai quali, occorre saper leggere, prima di tutto, cosa stia accadendo e verso che direzione. In sostanza la crisi, come quella che stiamo vivendo sotto profili molteplici, nazionali, europei, internazionali, può e deve diventare una occasione di ripensamento coraggioso, di ricerca di nuove prospettive, di rinnovamento personale e comunitario che consenta anche di perseguire obiettivi positivi più ambiziosi.

Da qui la necessità, sollecitata da Andria, dell’incontro fra la magistratura associata minorile e le scienze sociali, per comprendere e meglio poter intervenire e giudicare. Torna, quindi, il tema della necessità di uno sguardo più ampio, dell’alzare lo sguardo dai codici e dai fascicoli, del comprendere dove si innesta l’azione giurisdizionale, cogliendo anche in modo consapevole le interconnessioni fra welfare state e questioni minorili, pur senza, annota Cottatellucci, equazioni semplificatorie.

E d’altro canto, occorre evitare il rischio della autoreferenzialità della giurisdizione minorile, che deve essere sempre esperienza di coordinamento e implica una costante attenzione ai modi del proprio esercizio, proprio per la delicatezza degli interessi in gioco.

Maggia, poi, trae dagli “Scritti” la sollecitazione a non rifugiarsi in una visione formalistica della giurisdizione minorile, che così verrebbe a tradire il proprio scopo.

Mi sembra un interpello attualissimo, anche questo, sul tema del più generale dualismo con il quale ogni magistrato, anche al di fuori della giurisdizione minorile, oggi deve confrontarsi: essere un magistrato funzionario-burocrate o un magistrato costituzionale. In tal senso Maggia prospetta il rischio che anche le dimensioni e i luoghi associativi siano abbandonati, in ragione di un più comodo individualismo, rifuggendo la riflessione collettiva alla quale tanto aveva contributo e tenuto Andria.

Non possiamo che essere d’accordo, rinviando agli “Scritti” e alle introduzioni, dalle quali emerge la grande competenza e la visione della giurisdizione minorile e non solo, la capacità di dialogo e di ascolto di Pasquale Andria, mista ad un tratto ironico non da poco, qualità testimoniate anche da Patrizia Esposito, Piero Avallone e Valeria Montaruli, ai quali Diritto Giustizia e Costituzione ha chiesto un contributo, nella prospettiva del pensiero di Andria rispetto alla contingenza presente, anche a fronte della riforma Cartabia in materia minorile.

Ne viene fuori ciò che tutti coloro che hanno condiviso percorsi associativi con Andria hanno apprezzato di lui. A titolo personale vorrei ricordare due profili: la ferma convinzione, che credo fosse di Pasquale, di essere chiamato soprattutto a garantire un servizio adeguato ai minori, nella loro esperienza di vita concreta. Cristina Maggia li indica come ‘gli ultimi’, espressione che mi sembra davvero appropriata in tempi di patenti fragilità e di una questione giovanile – che non è tanto criminale quanto piuttosto esistenziale – del tutto sottovalutata dagli agenti educativi e politici. Andria poteva aspirare a ben altro, ma il suo servizio è stato quello di magistrato e coerente testimone dei valori in cui credeva, di una giustizia nella quale lo Stato si fa umano, si fa solidale, non avvilendo, ma arricchendo la società.  E, poi, la capacità di pensare e agire con il «Noi» piuttosto che con l’«Io»: la sua passione per le due diverse esperienze associative nelle quali si impegnò con rara generosità e competenza, ha dimostrato a tanti che la speranza si alimenta di ascolto, dialogo, lealtà, camminando e ricercando insieme le strade migliori. Perché nessuno si salva da solo e nessuno detiene verità assolute. Il che, in tempi di individualismo, dovrebbe invitare tutti, fra i quali anche noi magistrati, a ritrovare spazi e tempi per un confronto autentico sul senso del nostro ruolo e del nostro servizio, tanto più a fronte per percorso di riforma costituzionale in atto.

Faccio mio, per concludere, quanto scrive Cristina Maggia, al termine della sua introduzione, prendendo a prestito queste parole di Alfredo Carlo Moro: “«La civiltà collettiva di un popolo, del nostro popolo, sarà giudicata dal modo in cui abbiamo trattato i bambini, i loro bisogni, i loro diritti» L’intera vita di Pasquale Andria è stata espressione piena e reale di questo imperativo”.


[1]  Si rinvia all’intervista a Cottatellucci a cura di  Lucia Trotta,  dal titolo «Nel caso della famiglia di Palmoli difesi diritti minori, la politica pesi le parole», in  https://lamagistratura.it/primo-piano/nel-caso-della-famiglia-di-palmoli-difesi-diritti-minori-la-politica-pesi-le-parole/

[2] “Giustizia e Riforme. Le proposte di Unità per la Costituzione” – Congresso nazionale in ricordo di Nino Abbate 26-28 marzo 2004 https://www.radioradicale.it/scheda/156789?i=1394882

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