Riflessioni a margine del volume di Mariano Sciacca, Giustizia e High-Risk AI Systems. La terza via costituzionalmente orientata tra innovazione, riserva di giurisdizione e integrità cognitiva del magistrato (Lefebvre Giuffrè, Milano, 2026)

1.  Quando la lettura sposta il centro delle domande

Vi sono libri che si leggono per apprendere, altri per confermare convinzioni già possedute, altri ancora per dissentire. Poi esistono libri più rari: durante la lettura spostano il centro delle domande, non perché offrano risposte definitive, ma perché rendono improvvisamente insufficienti quelle con cui ci si era accostati alle loro pagine.

Il volume di Mariano Sciacca appartiene a questa categoria. Ho iniziato a leggerlo con l’intento di approfondire il tema dell’intelligenza artificiale applicata alla giustizia. Ne ho concluso la lettura con la consapevolezza che il suo tema più autentico fosse un altro: la condizione del giudice o, forse più precisamente, la condizione dell’uomo chiamato a custodire la libertà del giudizio nell’età dell’algoritmo.

L’intelligenza artificiale attraversa ogni pagina dell’opera: l’AI Act, la disciplina italiana, la sovranità digitale europea, i modelli linguistici generativi, i sistemi ad alto rischio, le architetture agentiche, il legal prompting. Eppure, a lettura conclusa, nessuno di questi temi appare il vero protagonista, perché il vero protagonista è il giudizio umano, non come esito di un procedimento logico, ma come percorso di comprensione: studio, selezione delle informazioni, confronto tra ipotesi, verifica critica delle fonti, disponibilità a rimettere in discussione le proprie conclusioni.

L’originalità del libro emerge soprattutto quando l’attenzione si sposta dai rischi più evidenti a quelli meno appariscenti. Sciacca invita il lettore a guardare non tanto alla prospettiva, spesso evocata, di una macchina che sostituisce il giudice, quanto a una trasformazione più silenziosa: quella che può investire il percorso cognitivo attraverso cui il giudice ricerca, seleziona e organizza le informazioni necessarie per decidere. È in questa zona grigia che si collocano alcune delle intuizioni più feconde: l’atrofia cognitiva, l’integrità cognitiva del magistrato e la proposta di un’intelligenza artificiale non sostitutiva ma di supporto al processo decisionale, concepita come ausilio e non come delega del giudizio.

In questo passaggio il libro rivela la propria natura più profonda. Non nega che le minacce tradizionali all’indipendenza della magistratura continuino a esistere; suggerisce piuttosto che, accanto ad esse, ne stia emergendo una nuova. Non una pressione esercitata dall’esterno su una decisione già formata, ma un condizionamento che interviene a monte, nel momento in cui la decisione prende forma.

L’algoritmo resta esterno al giudice, perché è progettato, alimentato e governato da altri. Ma il suo punto di incidenza non è più soltanto il perimetro della giurisdizione: è il processo cognitivo attraverso il quale il magistrato ricerca, collega e interpreta le informazioni necessarie per decidere. In questa prospettiva indipendenza e integrità cognitiva tendono a convergere. Difendere la libertà del giudizio significa anche preservare l’autonomia del percorso intellettuale attraverso cui la decisione si forma.

Questo pensiero mi ha accompagnato durante tutta la lettura, anche perché, nel frattempo, continuavo a utilizzare quotidianamente strumenti di intelligenza artificiale per cercare materiali, organizzare informazioni, verificare collegamenti, controllare o sintetizzare documenti. È un’esperienza ormai ordinaria per molti magistrati, studiosi e professionisti. Proprio per questo consente di cogliere la concretezza della riflessione proposta: l’utilità dello strumento è indiscutibile, la rapidità impressionante, la capacità di accelerare alcune operazioni cognitive talvolta sorprendente.

Ma altrettanto evidente è la tentazione di interrompere il percorso della ricerca nel momento stesso in cui il risultato diviene disponibile. Non vi è nulla di drammatico, nessuna ribellione delle macchine, nessuna distopia tecnologica. Vi è qualcosa di più semplice e più insidioso: la progressiva sostituzione del percorso con il risultato, della ricerca con la risposta.

Il vero pericolo è che il dubbio venga abbreviato.

2.  La risposta prima della ricerca

Ogni risposta immediata consegna un risultato, ma sottrae una parte del cammino che conduce alla sua costruzione. E tuttavia, nella formazione del giudizio, il percorso non è un costo da eliminare. È esso stesso una garanzia. È durante quel cammino che nascono il dubbio, la verifica critica e la capacità di accorgersi di ciò che non era stato previsto.

La questione decisiva non riguarda allora l’errore della macchina. L’errore è visibile: può essere individuato, corretto, discusso, sottoposto a controllo critico. Più difficile da percepire è la trasformazione silenziosa di chi utilizza lo strumento e cerca la risposta immediata rinunciando alla capacità di ricerca.

Temiamo il giorno in cui l’algoritmo possa sostituirsi all’uomo, ma prestiamo minore attenzione al processo, più graduale, attraverso il quale l’uomo si abitua a delegare alla macchina una parte crescente delle proprie attività cognitive. La dipendenza non nasce dall’imposizione, ma dalla comodità; non dalla costrizione, ma dall’utilità.

Così rischiamo di affidare allo strumento non solo attività esecutive, ma una parte del percorso attraverso cui individuiamo ciò che merita attenzione, elaboriamo le informazioni e formuliamo le domande. Il pericolo non consiste soltanto nel fatto che la macchina ragioni al posto nostro, ma nel fatto che noi possiamo smettere progressivamente di esercitare alcune facoltà che rendono possibile il pensiero critico.

La trasformazione, allora, non riguarda soltanto l’intelligenza artificiale. Riguarda noi e il modo in cui l’uso quotidiano della tecnologia può modificare, quasi impercettibilmente, il rapporto tra libertà e conoscenza, tra giudizio e responsabilità, tra ricerca personale della risposta e accettazione della risposta già disponibile.

La domanda diviene inevitabile: che cosa accade quando non siamo più costretti a percorrere interamente il cammino che conduce alla comprensione? Che cosa resta dell’esercizio critico quando il risultato si rende immediatamente disponibile?

3.  La nuova frontiera dell’indipendenza

In questa prospettiva acquista particolare forza la categoria dell’integrità cognitiva.

A una prima lettura l’espressione potrebbe apparire come una costruzione teorica destinata al dibattito specialistico. In realtà essa intercetta un problema concreto e universale.

Sciacca non afferma espressamente che l’integrità cognitiva costituisca la nuova frontiera dell’indipendenza della magistratura. Tuttavia, l’intero impianto del volume sembra muoversi in questa direzione. Ogni attività fondata sul giudizio presuppone infatti l’esercizio continuo di facoltà che non sono mai definitivamente acquisite: memoria, attenzione, spirito critico, capacità di collegare elementi dispersi e di confrontare soluzioni concorrenti.

Il convincimento del giudice non nasce improvvisamente nel momento finale della decisione. Si forma attraverso studio, ricerca, verifiche successive, ipotesi formulate e poi abbandonate, argomenti che resistono e altri che si rivelano insufficienti. È lungo questo percorso che prende forma la libertà del giudizio.

Per questa ragione l’integrità cognitiva non coincide con la correttezza del risultato finale. Essa concerne la conservazione delle condizioni che rendono possibile il giudicare e la capacità del magistrato di rimanere protagonista del proprio percorso conoscitivo e deliberativo, senza che esso venga assorbito, abbreviato o impoverito da automatismi esterni.

In questa prospettiva la tutela dell’integrità cognitiva non appare soltanto una garanzia del magistrato. Diventa una garanzia del cittadino. Ciò che l’ordinamento protegge non è la mente del giudice in quanto tale, ma la qualità umana del processo attraverso il quale si forma la decisione.

Resta naturalmente aperta la questione se l’integrità cognitiva possa tradursi in un vero parametro giuridico operativo o se debba essere intesa soprattutto come categoria euristica e culturale. È una domanda che il volume non pretende di chiudere, ma che ha il merito di porre con forza.

4. La responsabilità che non può essere delegata

Il lavoro di Sciacca non si arresta alla denuncia dei rischi. Propone una prospettiva che rifugge dalle contrapposizioni più immediate e si colloca lontano tanto dal tecnottimismo quanto dalla diffidenza pregiudiziale verso l’innovazione. La tecnologia non è descritta come una minaccia inevitabile né come una soluzione salvifica: è uno strumento il cui impatto dipende dagli assetti istituzionali, dalle regole che ne disciplinano l’utilizzo e dalla consapevolezza di chi se ne avvale.

È questo, forse, uno degli aspetti più convincenti del volume. L’autore non indulge né all’enfasi promessa dall’efficienza né alle narrazioni apocalittiche che accompagnano spesso il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale. La riflessione rimane costantemente ancorata alla concreta esperienza della giurisdizione e alle domande che essa pone.

La tecnologia viene così ricondotta alla sua dimensione più corretta: non soggetto della decisione, ma oggetto di una scelta culturale e istituzionale. La questione decisiva non consiste allora nel domandarsi che cosa l’intelligenza artificiale sia capace di fare, ma nel definire quali funzioni l’ordinamento ritenga opportuno affidarle e quali, invece, debbano continuare a rimanere presidiate dall’autonoma responsabilità dell’uomo.

5. L’intelligenza aumentata

Si comprende allora che uno dei meriti maggiori del libro consiste nel rifiuto delle contrapposizioni semplicistiche. Sciacca non propone né una resa all’automazione né una reazione nostalgica contro la tecnologia. Indica piuttosto una terza via, nella quale l’innovazione viene accolta senza rinunciare alla centralità del giudizio umano.

Da questa consapevolezza nasce la proposta dell’intelligenza aumentata. La formula è felice perché evita due opposte illusioni: quella secondo cui la tecnologia sarebbe destinata a sostituire progressivamente l’intelligenza umana e quella secondo cui la salvezza consisterebbe nel rifiuto dell’innovazione.

Sciacca, inoltre, non si limita a riflettere sui rapporti tra intelligenza umana e artificiale, ma sceglie di misurarsi direttamente con essi. Il volume, infatti, nasce anche da un’esperienza dichiarata di ibridazione cognitiva, che diviene non soltanto oggetto della riflessione, ma parte del metodo attraverso il quale essa viene sviluppata.

L’intelligenza aumentata muove da un presupposto diverso: la tecnologia non deve sostituire il pensiero, ma metterlo nelle condizioni di esprimersi meglio. L’immagine della bicicletta per la mente è efficace proprio perché conserva intatta la centralità della persona: consente di andare più lontano, ma non decide dove andare; amplia le possibilità del viaggiatore, ma non ne assume la responsabilità.

Così dovrebbe operare l’intelligenza artificiale nel dominio giuridico: non come surrogato del giudizio umano, ma come strumento capace di ampliare lo spazio dell’indagine, della conoscenza e della riflessione, lasciando intatta la responsabilità della scelta. La vera alternativa, allora, non è tra uomo e macchina. È tra delega e governo della tecnologia.

6. Il dubbio socratico

Forse il merito più significativo del volume si colloca ancora più in profondità. Dietro il dibattito sull’intelligenza artificiale emerge una domanda che precede la tecnologia e probabilmente le sopravviverà: che cosa dobbiamo custodire dell’umano perché resti possibile il giudizio?

La risposta è forse più antica della tecnologia stessa: dobbiamo custodire il dubbio. Non il dubbio sterile che paralizza l’azione, né lo scetticismo che dissolve ogni possibilità di verità, ma quel movimento interiore che impedisce al pensiero di arrestarsi troppo presto. Ogni risposta autentica custodisce ancora una domanda e ogni approdo del ragionamento diventa, nello stesso tempo, un nuovo punto di partenza.

Per questa ragione il riferimento a Socrate attraversa silenziosamente l’intero libro. Non soltanto perché il filosofo ateniese ha insegnato a diffidare delle false certezze, ma perché ha compreso che il sapere umano conserva la propria dignità finché non smette di interrogarsi. Il dubbio socratico non nasce da una mancanza di conoscenza, ma dalla consapevolezza della complessità del reale.

È proprio qui che la riflessione sull’intelligenza artificiale incontra una questione più antica della tecnica: le macchine sono costruite per produrre risposte, mentre la giurisdizione continua ad avere bisogno di domande. Ha bisogno di quell’inquietudine intellettuale che induce a verificare, a tornare sulle fonti, a confrontare ipotesi alternative, a cercare ciò che sfugge alla prima impressione.

Il rischio più sottile dell’età algoritmica non consiste nell’errore della macchina, che può essere corretto. Più difficile da riconoscere sarebbe la perdita progressiva della capacità di interrogare i risultati che la macchina restituisce. Il giorno in cui l’uomo smettesse di porre domande alle risposte ricevute, il problema non sarebbe più la potenza dell’intelligenza artificiale, ma il silenzioso impoverimento dell’intelligenza umana.

Per questa ragione il dubbio socratico appare oggi non soltanto come metodo della conoscenza, ma come forma di custodia dell’umano. Vi è qualcosa che nessuna macchina potrà fare al posto dell’uomo: assumere il peso della domanda da cui nasce ogni autentica ricerca di giustizia.

7.  Custodire l’humanitas perché resti possibile il giudizio

Non è casuale che questa stessa domanda attraversi oggi ambiti di riflessione diversi. Nella recente Enciclica Magnifica Humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Leone XIV osserva che il vero problema dell’età digitale non consiste nella crescita della potenza tecnologica, ma nella capacità dell’uomo di conservare ciò che rende la persona irriducibile a qualsiasi procedimento automatico: libertà, coscienza, responsabilità, discernimento.

Forse il vero interrogativo dell’età algoritmica non è quanto potrà diventare intelligente la macchina, ma se l’uomo saprà restare sufficientemente umano. Ogni civiltà viene giudicata non dalla potenza degli strumenti che costruisce, ma dalla capacità di ricordare ciò che nessuno strumento può sostituire.

La giustizia appartiene a questo patrimonio fragile e prezioso. Continua a nascere dall’assunzione personale della responsabilità, dal confronto con il dubbio, dalla capacità di riconoscere nell’altro non un dato da elaborare ma una persona da comprendere.

Custodire l’umano non contro la tecnica, ma dentro la tecnica, perché il giudizio resti un autentico atto di libertà e non diventi soltanto un esercizio di calcolo.

Post scriptum: la mia confessione metodologica

Anche queste pagine hanno conosciuto il confronto con uno strumento di intelligenza artificiale. Ho ritenuto opportuno dichiararlo perché sarebbe singolare riflettere sulla necessità di governare la tecnologia senza accettare di misurarsi con essa.

Nel corso della stesura, suggerimenti, osservazioni e rilievi critici provenienti da un sistema di intelligenza artificiale hanno accompagnato il lavoro di revisione del testo. Alcuni sono stati accolti, altri modificati, altri respinti, altri tenacemente sottoposti a veri interrogatori socratici.

Ne ricavo ulteriormente una convinzione semplice: il problema non è contrapporre l’uomo alla macchina, ma conservare la libertà del giudizio nel loro incontro. Vi è una forma della conoscenza che non coincide con il possesso della verità, ma con la disponibilità a lasciarsi interrogare da essa. Ed è forse in questa inquietudine che continua ad abitare la parte più autenticamente umana del pensiero.

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